Lettera aperta e provvisoria a Gino Tasca
Caro Gino, questa lettera è provvisoria perché non sono del tutto convinto di ciò che scrivo. Vale come un tentativo o un’approssimazione.
Leggo sempre i tuoi interventi in questo diario. Ho l’impressione che girino tutti attorno a una questione. Tu e io ci conosciamo. Viviamo nella stessa città. Abbiamo vite diverse, con tempi e percorsi diversi: come spesso accade, ci sfioriamo spesso e non ci incontriamo quasi mai.
Ricordi? Non è molto, ci incontrammo due volte, due giorni di fila, esattamente nello stesso punto (tra l’altro, proprio lì dove cantavano i ragazzi dei quali parlo in “La musica del caso”, 27.06.03): tu uscivi dal supermercato con le borse appese alle mani, io andavo a comperare le sigarette nell’unico tabaccaio del centro che tenga le mie sigarette.
Tu leggi questo diario, caro Gino, e ti succede di dire: “Ero passato di lì poco prima; leggevo anch’io lo stesso articolo nello stesso giornale; eppure…”. Eppure. Eppure a me, a quanto pare, è successo qualcosa. A te no. E ti resta, forse, la curiosa sensazione di aver “mancato” qualcosa. Che cosa? Non l’avvenimento, che è di solito trascurabile. Di aver mancata la connessione, la coincidenza, la chance di senso. E’ così?
Ma poi tu, più o meno esplicitamente, dici: “Sarà accaduto davvero, quello che giulio racconta?”. Oppure: “Che cosa sarà accaduto davvero, dietro quello che giulio racconta?”. In effetti, un paio di volte hai lavorato per rendere più credibili i miei interventi. Scrivi (intervenendo su “La musica del caso”, 27.06.03) che eri lì anche tu, e che hai visto quello che ho visto io, anche se in un momento diverso. Fai notare (a proposito di “Uno”, 28.06.03) che l’articolo di giornale che cito in data 28 giugno, è veramente un articolo comparso in un giornale del 28 giugno.
Caro Gino: che effetto producono, secondo te, queste tue osservazioni? Producono, secondo me, per un lettore terzo, un aumento di credibilità di tutto ciò che racconto in quella pagina. Succede spesso anche in tribunale. Più testimoni parlano, e i loro racconti hanno in comune dei particolari, magari irrilevanti rispetto agli avvenimenti che il magistrato deve ricostruire. Ma il fatto che i particolari ci siano, benché irrilevanti, facilmente persuade il magistrato (o la giuria popolare) della sostanziale coerenza delle testimonianze: e quindi della loro corrispondenza alla realtà (se la questione ti interessa, è appena uscito un bel libretto divulgativo di Giuliana Mazzoni, che è un’esperta di testimonianza: Si può credere a un testimone? La testimonianza e le trappole della memoria, Il Mulino).
Tu ti comporti, caro Gino, come si comporta ogni buon lettore. Io dico: “Cane” e tu dici: “Sì, un cane. Lo conosco”. Io dico: “Mela” e tu dici: “Sì, una mela. La conosco”. Riporti, in somma, ciò che io racconto, alla tua esperienza del mondo. Trovi delle somiglianze tra l’esperienza del mondo che io riferisco e l’esperienza del mondo che tu conosci più pienamente: la tua. Il narratore nomina cani e mele perché, più avanti, dovrà nominare pregelle: e di pregelle, nella tua esperienza del mondo, non c’è traccia. Ma c’è una sorta di proprietà transitiva della credibilità. Se il narratore ha parlato finora di cani e mele, oggetti ben noti e appartenenti al mondo esperito, bene: le pregelle saranno accolte, come se appartenessero al mondo esperito. Almeno finché dura la lettura. Poi si vedrà.
Ma tu dirai, caro Gino: “Qui c’è un titolo che dice: diario. E in un diario, legittimamente si presume che uno racconti il mondo esperito: non mondi inventati”.
E’ vero. Allora provo a dire:
In questo diario racconto dei fatti. E’ successo questo, dico, e quest’altro. Ma i fatti non sono importanti. Non sono il vero contenuto di ciò che racconto.
Il vero contenuto di ciò che racconto è: un modo di fare esperienza del mondo.
Il modo è questo:
Ogni cosa che entra nell’esperienza è destinata a connettersi con tutte le altre cose. La connessione produce non necessariamente un senso, ma almeno un bisogno di senso.
Che senso ha, che la matrona di cui parlo in “Uno” mi scambi per una panchina? (Ma mi ha davvero scambiato per una panchina? Non potrebbe avere deciso deliberatamente di usarmi come una panchina?). Non lo so. So che una cosa del genere, nel momento in cui la racconto, produce il bisogno di un senso.
Ma tu dirai, caro Gino: “Va bene. D’accordo. Ma è diverso, se il fatto che produce il bisogno di senso è veramente accaduto, o se è inventato. In altre parole: il mondo ha bisogno di senso, o tu hai di un bisogno di bisogno di senso e rappresenti questo bisogno di un bisogno inscenando un racconto dell’esperienza che produce continuamente bisogno di senso?”.
Ecco, Gino. L’hai detto.
L’incrociarsi dei destini non rivela un senso, ne manifesta il bisogno. Le narrazioni non svelano il senso, ne rappresentano l’indescrivibilità. Se si fanno narrazioni, è perché si ha bisogno di un bisogno.
Mi piace molto questa cosa che dici, questa cosa qui, che tutto parla di un desiderio di senso al di là del fatto che poi lo si trovi o meno.
Sono perdutamente d'accordo.
Mi ricorda un po' quella che io considero la verità dell'ebraismo che non ha creduto nel Messia
perchè credeva troppo nella sua attesa.
Un Messia reale è terribilmente ingombrante
come un senso che ci sia anziché limitarsi a farsi
cercare.
"Il vero contenuto di ciò che racconto è: un modo di fare esperienza del mondo.
Ogni cosa che entra nell’esperienza è destinata a connettersi con tutte le altre cose. La connessione produce non necessariamente un senso, ma almeno un bisogno di senso. Le narrazioni non svelano il senso, ne rappresentano l’indescrivibilità. Se si fanno narrazioni, è perché si ha bisogno di un bisogno."
Tempo fa, parlando di diversi modi di scrivere un blog, mi è capitato di dire questo; lo cito per legare un filo e tracciare una possibile somiglianza, pur nella differenza:
"(i narratori nei blog) sono coloro in grado di costruire trame e tessuti sulla base di limitatissimi dati di partenza. Non è qui un problema di intuizione (una facoltà che non esiste), ma della capacità di fare estrapolazioni a lunghissima gittata. I poeti e i narratori (e molti diari su blog contengono vero talento letterario applicato al web) sono tutti "sciamani" dell'informazione. Essi, diversamente dai cacciatori di informazioni e dagli argomentatori e tessitori di discorsi e relazioni, arrivano alla fine del percorso, a mostrare cioè il significato emotivo, il "cosa facciamo e cosa viene fatto di noi", a delineare la nostra collocazione nel mondo, a dire infine chi siamo, partendo da una base sottilissima di dati: spesso soltanto dai propri moti interiori e dalle proprie osservazioni, mixate con la propria cultura.
Come fanno? Secondo me grazie a processi tutti interni alla scrittura. Alla capacità di usare la scrittura non come mero strumento in vista di un oggetto da "dire", ma come oggetto in sé, come oggetto della scrittura, trasformandola così nel mondo di cui dovrebbe parlare, all'interno del quale si inseriscono come testimoni. Ciò cui giungono non è in contraddizione con l’attività di chi guardi il mondo per trarne notizie, semplicemente ci arrivano da una parte diversa: mostrandolo in palmo di mano, e non descrivendolo un po' alla volta come fanno gli altri"
Per la differenza tra fatto veramente accaduto oppure inventato che produce il bisogno di senso e sul narrare come bisogno di un bisogno, ci possiamo appoggiare vicino quello che scrive Queneau:
" - Storie vere o inventate? - Stia attenta con le inventate. Rivelano cosa c'è sotto. Tal quale come i sogni."
Il mio primo commento è inadeguato - come
quasi tutte le cose che dico o scrivo, per
altro.
C'è sempre un al di là che lampeggia di buio
a cui è difficile attingere se non per attimi
che, fra l'altro, quasi subito sono dimenticati.Niente di più sgradevole di una rivelazione
interrotta.
Tutte le notti sogno - anche sogni piuttosto complicati di cui mi resta addosso, ben che vada, una manciata di pellicola. Il resto è fuoco nero
anche se so che mi determina più profondamente
di tutto quello che si è usi chiamare veglia.
Certe malinconie o certe gioie improvvise, immotivate, vengono di là.
Va be' - la sto faccendo troppo lunga (e, come un parassita, sto scrivendo il mio diario sotto/sopra il tuo - e la mamma mi ha sempre detto che è una cosa da non farsi. Mai.)
Volevo soltanto dire che ho provato la strana
sensazione che quel "gino tasca" a cui si rivolge
la tua lettera ha solo alcuni punti di contatto
con io, moi, ego, ich, I - il resto, quasi tutto
è entrato nella rete dei tuoi segni.
Ed ho scoperto ieri pomeriggio, mentre andavo
a comperare del gelato, il solito,che mi piacerebbe moltissimo non essere affatto questo
ridicolo essere momentaneamente saldato attorno
a delle ossa carne e nervi, ma essere, piuttosto,
un personaggio di qualche romanzo o racconto
(poemi, no, grazie).
Mi prenoto per Natascia o Andrej.
O per la madeleine.
mi piace quel che dice georg, forse perché capivo e mi ritrovavo mentre a volte con giulio ho paura di non capire o che sia troppo semplice quello che capisco e allora forse non ho capito davvero e un po' anche con gino, perchè mi fa andare di qua e di là. dunque mi piace quell'andare alle parole per vedere cosa c'è sotto e toccare le parole sempre più vicino alla linea che confina con la comunicazione in genere, cioè al di qua della parola, là dove la parola nasce. Comunque mi piace entrare nella parola e nelle parole come segni di qualche cosa, rivelazione di segreti e mentre le pronuncio siano foriere di significati e porte di storie chenon conoscevo e non sono io a invetarle ma sono loro che me le svelano. A proposito di linea ebraica dell'interpretazione che ritorna nel medioevo europeo, o quello latino che conosco di più. Sicché fatto oggetto o parola, comunque oggetto anch'essa, segno minimo traccia impronta o lettera alfabetica che è lo stesso, insomma tutto, persone comprese con i loro nomi e il dies natalis. In realtà mi importa poco la corrispondenza reale, ma reale diventa il fatto di trovarne: e se uno si chiama Svevo la sua esse iniziale mi porta, naturalmente per quel che so (ma tutti facciamo poi qualcosa per quel cioè in base a quel che sappiamo, anche se minimi - sicché chi dice a me la poesia piace così senza commenti in realtà di avvale di ben grosse strutture come la lettura per esempio ecc.), dunque allora ritorno a Svevo e lo vedo con il suo S. freudiano e tutto quel che ci voglio legare e poi le due v che si ripetono in ve e vo a cercare una sistemazione alla sua incertezza, inettitudine: per cui dove vai, vai a Venezia al tuo magazzino, vai in barca, vai da Augusta. "Vo". E Sve come svengo che poi a vo si avvicina e insieme a Svevo penso a Corradino ecc.
E così nascono poesie e storie sui nomi e il racconto viene applicato alla persona e mentre crei la persona sogna e si sente interpretata, potenziata, esaltata o fraintesa ma per gioco si può accettare e sembra vero: la parola ha creato storie, ha costruito mascehre, una scena e il gioco è reale: farci passare per altre strade a cercare, non importa cosa, perchè il bello è questo andare, il senso è nella ricerca del senso e il significato del significato. Così nell'amore ci sta il silenzio ma spesso l'amore finisce per mancanza di parole. E allora lei dice "dammi le parole" perchè la parola è maschile e il silenzio della donna non è sterile. "Dimmi qualcosa" lei mi dice. In realtà quindi la parola è sua, è quella che dà il via e poi segue la mia risposta solelcitata dalla sua domanda, che è anche: "Raccontami qualcosa". Parola come interesse, attenzione, invenzione perfino sull'altro, sul suo essere qui. Forse per questo che nons crivo cose lunghe, racconti o che, ma solo cose brevi, suggestioni, giochi, invenzioni a parole, poesie sul nome, improvvisazioni soprattutto, perché è lì che nasce, nella rivelazione del nome, nella epifania sempre diversa del tu unita alla suggestione di una parola, il NOME, o la lettera iniziale. Iniziatica, forse. E dalle parole nascono le cose e i poeti lo sanno. Oggi ci scherzano su o ci teorizzano. Del resto se credi nella comunicazione vai da una parte, se non ci credi dai più valore a queste cose che ci rimangono che sono i rumori delle parole, o i gesti o il corpo ultima struttura prima del non esserci più qui.
Così sono finito nella scuola materna a fare le lettere con il corpo, ad aprire le braccia sopra la testa congiungendo le mani, divaricando le gambe conun salto ed ecco la A.
Lo facciamo assieme, è un gesto, una scena, un racconto: usiamo lo spazio per starci dentro e dare una realtà all'astratto segno A, che riempiamo di suono. A A A A A.
poi mi assottiglio rigido con le braccia lungo il corpo strette, ed è la I.
e la i minuscola come sarà, e se è corsiva?
La O ha una grande pancia, è ovvio, per i bambini, e la U è depressa come il suo suono cupo o occulta, o segreta, ma io la faccio con le braccia sotto ciondolanti, a mani intrecciate, e dondolandomi un po' al canto di UUUUUU
E' la O diventata un po' più buia o di voce grave. velata. U, come il vento, come la notte sopra il cuscino, la pioggia sul tetto e noi sotto che sentiamo UUUUUUUUUUU.
ciao
angelo ferrarini.
un modo di fare esperienza del mondo. Ho capito bene vero? del mondo. Non attorno al mondo, vicino al mondo, più o meno relativamente al mondo, del mondo delle parole, del mondo dei sogni, del mondo dei segni. Mi sembra di aver capito un modo di fare esperienza del mondo, e di filtrarlo e di connetterlo ad altre esperienze del mondo, ad altre persone del mondo, ad altri luoghi del mondo, ad altri sentimenti del mondo di cui hai fatto esperienza, così che alla fine racconti un misto del mondo e di te, un misto del mondo e del tuo bisogno di trovare un senso nel mondo, presto, finchè sei qui, finchè sei ben dentro a questo pazzesco meraviglioso e terribile caos pieno di connessioni e di segni e forse di sensi e di senso, quel senso di cui abbiamo un disperato bisogno, finchè siamo,provvisoriamente, vivi. Ma se non ho capito bene, perdona, ho comunque dato il senso di cui sentivo il bisogno.
Posted by: cecilia at 30.06.03 18:52Per Angelo F.
Il fatto è che Svevo non si chiamava affatto Svevo bensì Schmidt.
Ma questo porta più paglia alla tua magiatoia freudiana.
Kafka - Svevo.
Due "k", due "v". Cinque lettere.
alla data sbagliata....
Posted by: Cecilia Deni at 01.07.03 14:45