Mi diceva Barbara, un paio di settimane fa, quasi rimproverandomi per avere avviato questo diario pubblico:
"Ho fatto un giro di blog. Ho imparato che la gente va al cinema, usa i mezzi pubblici, si fa panini, ha un capo di cui parlar male. Punto. Che senso ha?".
Questa mattina ho preso un treno alle 6.08. Il treno era composto di un'unica carrozza. A Vigarano Pieve ("Bel mestiere, fare lo scrittore! Tu sì che giri il mondo!") è salita una tipa tutta agitata. E' andata a bussare alla cabina di guida. Ha bussato più forte. Ha bussato ancora più forte. Ha spintonato la porta. Poi ha capito che bastava tirare. E' entrata. In quel treno c'è un solo ferroviere, che bada sia alla guida sia ai biglietti. La tipa, dentro la cabina di guida, ha parlato a voce alta. Ne è uscita dicendo: "Allora aspetto qui". Non si è seduta. Si è seduta. Si è alzata. Si è seduta da un'altra parte. Si è alzata di nuovo. E' tornata dentro la cabina di guida. Ha parlato a voce alta. E' uscita dalla cabina. Ha camminato per il corridoietto. Si è seduta (non dove si era seduta prima).
Mentre assistevo allo spettacolo, ho pensato:
"Non ci sono solo i cosiddetti non-luoghi. Ci sono anche i non-tempi. Quando sono alla stazione sto in un non-luogo, e ci trascorro un non-tempo. Un tempo fatto in maniera tale che non si può usarlo per niente di sensato. Così finisce che lo uso per osservare, pensare, immaginare piccole narrazioni. Altri lo usano per sfogliare (cioè per non-leggere) un non-quotidiano (i quotidiani gratuiti tipo City, Metro ecc.). Altri attaccano bottone. Altri s'inventano un problema urgente. Altri non fanno nulla".
Quelli che mi fanno paura, in treno, sono certi ragazzi che stanno seduti al loro posto per tre, quattro ore, e non fanno niente. In genere hanno gli occhiali neri, molto coprenti. Non guardano fuori. Non leggono. Non chiacchierano. Non dormono (si vede che non dormono, nonostante gli occhiali, perché stanno belli dritti e respirano come si deve). Non ascoltano musica. Non mangiano. Nulla. Si fanno tre, quattro ore di vuoto. Che pensino tantissimo?
Allora mi viene in mente che forse un diario mi serve a "riempire" il "non-tempo". Lo riempie due volte: prima, perché durante il "non-tempo" sto lì a osservare ciò che accade; poi, perché quando scrivo riempio gli accaduti e cerco di spremerne un bisogno di senso (come dicevo nella "Lettera aperta e provvisoria a Gino Tasca", 29.06.03).
Quindi posso rispondere a Barbara:
"Sì, la gente va al cinema, usa i mezzi pubblici, si fa panini, ha un capo di cui parlar male, eccetera. E ha bisogno che tutto questo produca, se non un senso, almeno un bisogno di senso".
Mah.
Lettera aperta e provvisoria a Gino Tasca
Caro Gino, questa lettera è provvisoria perché non sono del tutto convinto di ciò che scrivo. Vale come un tentativo o un’approssimazione.
Leggo sempre i tuoi interventi in questo diario. Ho l’impressione che girino tutti attorno a una questione. Tu e io ci conosciamo. Viviamo nella stessa città. Abbiamo vite diverse, con tempi e percorsi diversi: come spesso accade, ci sfioriamo spesso e non ci incontriamo quasi mai.
Ricordi? Non è molto, ci incontrammo due volte, due giorni di fila, esattamente nello stesso punto (tra l’altro, proprio lì dove cantavano i ragazzi dei quali parlo in “La musica del caso”, 27.06.03): tu uscivi dal supermercato con le borse appese alle mani, io andavo a comperare le sigarette nell’unico tabaccaio del centro che tenga le mie sigarette.
Tu leggi questo diario, caro Gino, e ti succede di dire: “Ero passato di lì poco prima; leggevo anch’io lo stesso articolo nello stesso giornale; eppure…”. Eppure. Eppure a me, a quanto pare, è successo qualcosa. A te no. E ti resta, forse, la curiosa sensazione di aver “mancato” qualcosa. Che cosa? Non l’avvenimento, che è di solito trascurabile. Di aver mancata la connessione, la coincidenza, la chance di senso. E’ così?
Ma poi tu, più o meno esplicitamente, dici: “Sarà accaduto davvero, quello che giulio racconta?”. Oppure: “Che cosa sarà accaduto davvero, dietro quello che giulio racconta?”. In effetti, un paio di volte hai lavorato per rendere più credibili i miei interventi. Scrivi (intervenendo su “La musica del caso”, 27.06.03) che eri lì anche tu, e che hai visto quello che ho visto io, anche se in un momento diverso. Fai notare (a proposito di “Uno”, 28.06.03) che l’articolo di giornale che cito in data 28 giugno, è veramente un articolo comparso in un giornale del 28 giugno.
Caro Gino: che effetto producono, secondo te, queste tue osservazioni? Producono, secondo me, per un lettore terzo, un aumento di credibilità di tutto ciò che racconto in quella pagina. Succede spesso anche in tribunale. Più testimoni parlano, e i loro racconti hanno in comune dei particolari, magari irrilevanti rispetto agli avvenimenti che il magistrato deve ricostruire. Ma il fatto che i particolari ci siano, benché irrilevanti, facilmente persuade il magistrato (o la giuria popolare) della sostanziale coerenza delle testimonianze: e quindi della loro corrispondenza alla realtà (se la questione ti interessa, è appena uscito un bel libretto divulgativo di Giuliana Mazzoni, che è un’esperta di testimonianza: Si può credere a un testimone? La testimonianza e le trappole della memoria, Il Mulino).
Tu ti comporti, caro Gino, come si comporta ogni buon lettore. Io dico: “Cane” e tu dici: “Sì, un cane. Lo conosco”. Io dico: “Mela” e tu dici: “Sì, una mela. La conosco”. Riporti, in somma, ciò che io racconto, alla tua esperienza del mondo. Trovi delle somiglianze tra l’esperienza del mondo che io riferisco e l’esperienza del mondo che tu conosci più pienamente: la tua. Il narratore nomina cani e mele perché, più avanti, dovrà nominare pregelle: e di pregelle, nella tua esperienza del mondo, non c’è traccia. Ma c’è una sorta di proprietà transitiva della credibilità. Se il narratore ha parlato finora di cani e mele, oggetti ben noti e appartenenti al mondo esperito, bene: le pregelle saranno accolte, come se appartenessero al mondo esperito. Almeno finché dura la lettura. Poi si vedrà.
Ma tu dirai, caro Gino: “Qui c’è un titolo che dice: diario. E in un diario, legittimamente si presume che uno racconti il mondo esperito: non mondi inventati”.
E’ vero. Allora provo a dire:
In questo diario racconto dei fatti. E’ successo questo, dico, e quest’altro. Ma i fatti non sono importanti. Non sono il vero contenuto di ciò che racconto.
Il vero contenuto di ciò che racconto è: un modo di fare esperienza del mondo.
Il modo è questo:
Ogni cosa che entra nell’esperienza è destinata a connettersi con tutte le altre cose. La connessione produce non necessariamente un senso, ma almeno un bisogno di senso.
Che senso ha, che la matrona di cui parlo in “Uno” mi scambi per una panchina? (Ma mi ha davvero scambiato per una panchina? Non potrebbe avere deciso deliberatamente di usarmi come una panchina?). Non lo so. So che una cosa del genere, nel momento in cui la racconto, produce il bisogno di un senso.
Ma tu dirai, caro Gino: “Va bene. D’accordo. Ma è diverso, se il fatto che produce il bisogno di senso è veramente accaduto, o se è inventato. In altre parole: il mondo ha bisogno di senso, o tu hai di un bisogno di bisogno di senso e rappresenti questo bisogno di un bisogno inscenando un racconto dell’esperienza che produce continuamente bisogno di senso?”.
Ecco, Gino. L’hai detto.
L’incrociarsi dei destini non rivela un senso, ne manifesta il bisogno. Le narrazioni non svelano il senso, ne rappresentano l’indescrivibilità. Se si fanno narrazioni, è perché si ha bisogno di un bisogno.
Sono in una stazione ferroviaria. Al binario uno. Aspetto il treno per Roma. Devo aspettare venti minuti. Ho bagaglio: lo zainetto, l'ufficio portatile. Appoggio il bagaglio per terra. Mi siedo sui talloni. Apro il giornale.
La stazione è quasi deserta. E' mattina. Non è né presto né tardi. L'ora morta. Il cielo è coperto. Fa meno caldo dei giorni scorsi. L'altoparlante annuncia un piccolo ritardo del treno per Roma. Cinque minuti.
Arriva, di corsa, una famigliona. Padre grasso, madre grassa, due figlioletti grassi sui dieci o dodici, una figlia magra sui quattordici.
Io sono immobile, in equilibrio sui talloni, il giornale tra le mani, lo zainetto posato per terra alla mia destra, l'ufficio portatile posato per terra alla mia sinistra.
La famigliona si arresta di botto. Ha trovato un ostacolo. Sono io. Hanno una borsa o un borsone a testa. Mollano tutto per terra, lì accanto a me. In piedi, mi sovrastano. Con tutto il posto che c'è, penso. Sto leggendo un articolo sulla natura politica della mente linguistica.
Leggo: "Solo ora i filosofi del linguaggio e della mente cominciano a sentire il bisogno di una teoria della prassi comunicativa e cognitiva".
"E' qui l'eurostar per Roma?", dice il padre grasso.
Ci sono solo io.
"Sì", dico. "Ha cinque minuti di ritardo".
"Arriva tra cinque minuti?", domanda la madre grassa.
"Sì", dice il padre grasso.
"No", dico. "Arriva tra venti minuti".
"Mi ha detto che arrivava tra cinque minuti", dice il padre grasso.
"No", dico. "Le ho detto che ha cinque minuti di ritardo".
"Lascia stare, lui non sa niente", dice la madre grassa.
La figlia magra ride, guardandosi le mani.
"Comunque la tabella è lì", dico al padre grasso, indicando la tabella.
"Che tabella", dice il padre grasso, senza tono interrogativo.
"La tabella sulla quale è scritto che il treno arriva alle undici", dico continuando a indicare, "quindi tra quindici minuti secondo l'orario ufficiale, più cinque minuti di ritardo. E' scritto là".
Il padre grasso guarda i binari. Non guarda me che gli parlo. Non guarda la tabella che gli indico.
"Lascia stare", dice la madre grassa. Tira fuori un ventaglio da una tasca del vestitone e comincia a sventolarsi.
"Prendiamo un gelato", dice uno dei figlioletti grassi, il maggiore.
"Non c'è tempo", dice il padre grasso, guardando un piccione che passeggia tra le rotaie.
"C'è tempo", dice il figlioletto grasso maggiore. "Il treno è in ritardo".
La figlioletta magra sta sul bordo del marciapiede. Si solleva sulle punte dei piedi.
"Il treno ti prende", dice la madre grassa, guardando il marito.
"Dài, papà", dice il figlioletto grasso minore.
Il padre grasso tira fuori il portafoglio dalla tasca posteriore destra dei pantaloni, sfila un biglietto da cinque euro, lo dà al figlioletto grasso maggiore.
I due figlioletti grassi filano via.
"Fate presto", dice la madre grassa, guardando le borse.
Ho finito l'articolo sulla natura politica della mente linguistica, ne comincio un altro sul gioco della verità nella scrittura.
Leggo: "Il vecchio poeta assiste su un lungomare immalinconito al silenzioso franare del suo stesso cervello. Non ricorda più le parole con cui nominare le cose, ma soltanto il loro numero di sillabe".
I due figlioletti grassi tornano, di corsa. Il minore mi sbatte addosso. Perde per un attimo l'equilibrio. Calpesta il mio zaino. Allungo la destra, rimetto diritto lo zaino.
La figlioletta magra dice: "Mamma".
"Che cosa c'è", dice la madre grassa guardando l'estintore fissato alla colonna.
"Dov'è il resto", dice il padre grasso guardando i figlioletti.
"Quando partiamo, mamma", dice la figlioletta magra.
"Non c'è resto", dice il figlioletto grasso maggiore.
"Il treno è in ritardo", dice la madre grassa guardando il cielo.
"Impossibile", dice il padre grasso. Si volta. Guarda un trenino locale che sta arrivando adesso, al binario sei o sette.
La madre grassa continua a sventolarsi. Guarda la mano che regge il ventaglio.
I figlioletti grassi scartano i gelati, due ricoperti sullo stecco. Buttano le carte per terra. Li addentano.
"Non sporcatevi", dice il padre grasso.
"Uffa", dice la figlioletta magra. Cammina lungo il marciapiede mettendo un piede esattamente davanti all'altro.
"Il treno è in ritardo", dice di nuovo la madre grassa. Guarda i figlioletti grassi. "Non fate rumore", dice.
Il padre grasso starnutisce.
Come rispondendo a un segnale, la madre grassa fa un passo. Un altro passo. Un terzo passo. E' su di me. Si volta. Mi dà la schiena. Si piega. Tenta di sedersi su di me.
Ricevo nella mia posta privata, da una persona che mi autorizza a pubblicare qui:
Caro Giulio,
ti invio la storia che un’amica mi ha raccontata ieri. Io l’ho trascritta, anche se so che questo potrebbe causarle dei problemi, ma credo che non sia giusto tacere certe storie, insomma, credo che sia giusto raccontarle e io so che tu saresti sicuramente d’accordo con questa mia affermazione.
La mia amica Anna esercita una professione che la porta a lavorare nei tribunali, per i tribunali. Sono sei anni che fa questo lavoro. E’ stato molto sudato, soprattutto all’inizio. Occorre tanta dedizione, tanta passione, bisogna stringere i denti ed essere imparziali, cosa che, di fronte alle disgrazie delle gente, non è sempre facile; questo pensa Anna.
Qualche volta questo lavoro non lo fa da sola, qualche volta fa da secondo, da aiuto a qualcuno che per anzianità o per casualità si trova ad essere titolare del lavoro che andranno a svolgere insieme.
In questi sei anni ha imparato una cosa: se vuoi lavorare in questo ambito devi essere sempre aggiornato, sempre informato, per contro i ricavi sono modesti – a differenza di quel che pensano i più – a meno che tu non sia un perito dell’olimpo e allora le cifre iniziano ad aggirarsi sulle decine di milioni, a seconda dei casi.
Anna ha deciso di dedicarsi a questo mestiere con una ulteriore aggravante, cioè con modestia. Crede che in questo lavoro, senza la modestia si vada poco lontano ed, anzi, il rischio è proprio di far danni: lei, pensa, di certo non lavora per far danni alla vita delle persone.
L’aggravante che si è posta, fa sì che lei rinunci ad una serie di incarichi di più alto livello - nonostante i suoi titoli le consentano di assumersi tali incarichi – per seguire qualcun altro, che lei per molto tempo ha reputato avere una maggiore esperienza. Seguire significa che, passo dopo passo, fa le stesse cose che farebbe se fosse titolare del lavoro, ma non risultano fatte da lei, o meglio, il suo nome figura per un decimo del lavoro che ha svolto.
Fin qui, dice, le sta tutto bene. Perché? – le chiedo. Mah, credo per passione, per amore di quel che fa, per il desiderio di sapere, di imparare, di… - e si ferma.
Tutto andrebbe bene se le fosse riconosciuto quel che fa. Vabbè, qualche volta poi le va bene anche se non le viene riconosciuto: le basta lavorare, vedere casi nuovi. Eppoi, confessa, qualche volta le va bene anche se il compenso non è adeguato, proprio per gli stessi motivi: più casi uguale più esperienza.
Però, insomma, in questi giorni le cose sono precipitate.
Le viene riferita (quanto è spiacevole la situazione in cui da terzi ti viene riferita una cosa che su di te ha detto l’interessato!) una conversazione. Chi gliela riferisce è molto attendibile, come una sorella o una madre, mi dice Anna.
La persona con cui lei lavora più spesso ha trovato qualcun altro con cui rimpiazzarla. L’altra è a costo zero, ovvero essendo in condizione molto agiata e essendosi avvicinata alla professione solo per passatempo, non per necessità, si può permettere di impegnare il suo tempo in cambio di tornaconto alcuno. Poi, ha commentato il suo capo, vuoi mettere! Non c’è confronto con Anna: è una questione di immagine! Vuoi mettere portarsi dietro questa che mi può accompagnare in tribunale con il suo mercedes alla moda, con tanto di vestiti e accessori super firmati. Non c’è paragone! Eppoi lavora gratis, così non ho bisogno di tirarmi fuori di tasca i soldi per pagare quell’altra!…
Che grande miseria! – commento ad Anna, ma lei invece sta zitta e macina solo tanta rabbia.
Mi dice che lei ha investito nella sua formazione privandosi di molte altre cose – abiti, auto nuova, viaggi, ecc. – perché ha sempre pensato che per lavorare fosse importante essere in gamba, ovvero essere formati, avere passione, dedizione e costanza: quest’anno mi dice che solo per la formazione ha speso all’incirca dodici milioni di vecchie lire e circa un paio di milioni in pubblicazioni, libri e riviste, indispensabili per tenersi aggiornati. Mi dice che sono sette anni che non pratica un’attività sportiva o che non si prende un po’ di giorni di relax per risparmiare tempo e soldi, perché alla sua età e senza protezioni alle spalle – né economiche da parte della sua famiglia, né politiche da parte di conoscenti, ecc. – bisogna dimostrare di essere sempre molto preparati e bisogna non perder tempo, perché la concorrenza può essere molto meglio armata dal punto di vista economico e politico. Però, aggiunge, mai si sarebbe pensata questo, cioè di subire una tale umiliazione: "Non fai immagine!" come se per esercitare una professione sociale, tecnica, l’unico requisito richiesta sia una bella immagine.
A dire il vero Anna non è poi così male: sempre vestita bene e adeguatamente, con un’aria seria e preparata, sa fare a stare insieme agli altri, cioè è sufficientemente mondana per aver creato una rete di relazioni stabili, professionali e amicali.
Ebbene, secondo me è tutt’invidia. Ho provato a dirle questa cosa, cioè che secondo me lui ha paura di lei, che la teme e per questo la vuole escludere dalle cose che fa, perché lei è preparata e perché un giorno non molto lontano e forse già da ora, lei potrebbe essere una temibile concorrente. Allora bisogna sbarazzarsene, possibilmente umiliandola.
Ma Anna fatica un poco ad accettare questa spiegazione. Rimugina la sua rabbia e si svilisce. Verrà mai il giorno in cui saremo sicuri di far carriera per i nostri meriti, quando verrà di moda avanzare grazie ai meriti? Ce ne siamo dimenticati? E’ giù di moda? O è sempre stato così: basta avere un bel culo e una bella faccia, degli abiti firmati e una bella macchina e passi davanti a tutti in graduatoria. Anna e io ci poniamo tutte queste domande, ma in fondo in fondo sappiamo che non c’è una risposta e nemmeno una garanzia: oggi sei qui, domani potresti essere di nuovo a spaccarti la schiena a raccogliere i pomodori: poco importa quello che vali, ciò che conta sono i soldi.
Giulio, che ne dici?
Faccio un salto in Feltrinelli a prendere un libro di Jadelin M. Gangbo pubblicato appunto da Feltrinelli nel 2001. S'intitola Rometta e Giulieo.
Lo cerco nello scaffale alfabetico. Non lo trovo. Invece trovo un altro libro di Gangbo, che non sapevo esistesse: Verso la notte bakonga, pubblicato da Portofranco. Be', intanto prendo questo. Devo leggere tutto di Jadelin M. Gangbo.
Francesca, al Punto Informazioni, è impegnata con una signora. Cerca i dati d'un libro al computer. Trova. Si allontana, con la signora che le sta dietro. Le dà il libro. Viene verso di me.
Un ragazzo con i capelli ricci le chiede un'altra cosa. Francesca si allontana con il ragazzo. Gli trova il libro.
Quando torna verso di me, un tipo con la camicia blu scuro e i capelli bianchi le chiede di un libro di Pierre Grimal, La morte a Roma o La morte e Roma. Sarebbe saggistica, cioè l'altra sala, ma la ragazza dell'altra sala ha già tre o quattro che la tampinano. Francesca non ha presente il titolo. Cerca al computer. Il libro non si trova.
Francesca chiede al tipo: "Ma è uscito di recente?".
Il tipo dice: "Non lo so. Non so nemmeno se è stato tradotto".
Il tipo se ne va, Francesca si volta verso di me. Arrivano due ragazzine con la lista dei libri da leggere durante le vacanze (Pirandello, Calvino, Pavese: la lista non cambia mai). Francesca indirizza le due ragazzine verso la sala degli economici. Durante tutto il tempo ci siamo scambiati occhiate e smorfie. Finalmente è per me. Le chiedo il libro di Gangbo.
Francesca dice: "Dovremmo averne una copia, una sola. Però malridotta".
Io dico: "Mi va bene anche malridotta".
Francesca va allo scaffale alfabetico e non la trova. Controlla al computer: non risulta nessuna copia.
"L'avrete reso per cambio, se era malridotto", dico.
"Non so, vado a vedere", dice Francesca. Va in magazzino.
Io la aspetto un po' al Punto Informazioni, poi vado in Antropologia a cercare un libro di Luisa Muraro, Il Dio delle donne, Mondadori.
Antropologia è in un angolino strettissimo, dove c'è un tipo che si è seduto per terra a consultare un'enciclopedia dei miti (mi pare). Non posso girargli intorno. "Scusi", gli dico. Lui mi guarda storto. Si alza. Passo. Sono davanti allo scaffale Antropologia. Il tipo si risiede. Cerco. Trovo il libro. Mi volto. Il tipo non dà segni di vita. Dico: "Scusi". Lui mi guarda storto. Si alza. Passo. Il tipo si risiede, ma ormai non mi riguarda più.
Sbircio per le sale. Non vedo Francesca. Scendo al piano sotto. Vado a curiosare nella stanza dell'arte. Trovo, inaspettatamente, un libro del 1993, di Lamberto Pignotti: I sensi delle arti. Sinestesie e interazioni estetiche, Dedalo. Non ne so niente, ma è un libro di Lamberto Pignotti, è un libro del 1993 (quasi un libro antico, con i criteri d'oggi) e quindi lo prendo.
Sto guardando le guide turistiche (vedi mai, che ne è uscita una nuova di Pantelleria...) quando Massimo mi dice: "Di su c'è la Francesca che ti cerca".
Salgo. Attraverso tutte le sale. Do un'occhiata al banco del Punto Informazioni: se Francesca ha trovato il libro, può averlo lasciato lì. Niente.
Mi aggiro. In Sociologia mi cade l'occhio su un Dizionario della comunicazione, o un titolo simile, a cura di Alberto Abruzzese, edizioni Meltemi. Lo sfoglio. Non so, delle edizioni Meltemi non mi fido tanto. Neanche di Alberto Abruzzese, a dirla tutta. Mi ricordo che lo vedevo ogni tanto, quando Theoria, a Roma, condivideva degli uffici con Costa & Nolan. Aveva sempre delle cravatte orribili.
Patrizia sale dal piano di sotto e mi dice: "C'è la Francesca, giù che ti cerca. Ha trovato il libro".
Mi precipito giù. Attraverso tutto il piano sotterraneo. Luca mi dice: "C'era la Francesca che ti cercava". Risalgo, per le altre scale. Vado in Narrativa, in Tascabili, in Poesia & Teatro, in Fumetto, in Critica Letteraria & Filosofia, in Letteratura, in Psicologia & Servizi Sociali, in Storia e Politologia, perfino in Cultura Locale. Niente.
Sento la voce di Francesca: "Giulio!". E' alle casse, alza il libro con le due mani. La raggiungo tenendola bene d'occhio. Mi dà il libro. La ringrazio.
Francesca dice: "Te lo faccio scontare".
"Perché?", dico.
"Vedi che è rovinato", dice.
In effetti è un po' rovinato.
"Ma le parole ci sono tutte", dico.
Francesca ridacchia. Appiccica sul libro un post-it e ci scrive su a matita: "Rovinato. Scontare 15%". La ringrazio.
Vado in cassa, pago i due Gangbo, il Muraro, il Pignotti. C'è la cassiera nuova, quella che non si è ancora ambientata. Mi dà del lei, cerca a tutti i costi di darmi il sacchetto Feltrinelli ("No grazie, ho lo zaino..."). Carta Fedeltà, Bancomat.
"Vuole scontare i punti?".
"No, grazie". Ho grandi progetti, con l'accumulazione di punti.
Faccio per uscire. Il cancello suona.
La Gisella, l'altra cassiera, dice: "Vai, va' pure".
"No, dico io, devo andare al Metà. Poi mi suona lì, e lì mi spogliano nudo". Tiro fuori i libri dallo zaino, li smagnetizziamo di nuovo. Li prendo in mano, faccio per uscire. Il cancello suona. Prova Gisella, un libro per volta. Il cancello non suona. Provo io, senza libri. Il cancello non suona. Riprovo con i libri in mano, il cancello suona. Gisella mi guarda. Ci rassegniamo.
Poi, al Metà, non suona niente. Però è saltata la luce.
Oggi ho lavorato a Milano. Sono rientrato a Padova, in treno, verso le nove e mezza di sera. Per andare a casa ho attraversato il centro a piedi. Nella piazza davanti al Municipio c'era un gruppo di ragazzi che cantavano in coro, assai bene. Attorno a loro c'era tutto un cerchio di gente. Quando sono arrivato lì, stavano cantando Yellow Submarine.
Mio nonno materno è morto trentasei anni fa, il 26 giugno.
In questo momento, mentre scrivo, l'orologio segna le 0,04. Da quattro minuti è il 26 giugno. Mio nonno materno si chiamava Pietro, era stato medico e alpino. Io lo ricordo poco, quando è morto avevo appena compiuti i sette anni. Con sua moglie Maria aveva fatti e allevati tre figlie e tre figli. Maria, la nonna dai lunghissimi capelli rossi, morì cinque anni dopo di Pietro.
Mi sono fermato ad ascoltare i ragazzi. Cantavano bene. Esibivano un repertorio eclettico: dopo Yellow Submarine è arrivata Teresina ("La fa su 'na cagnara in 'tel leto / la Teresina, la Teresina! / No la magna né brodo né pan / la Teresina l'è inamorà!", eccetera), poi la Canzone di Piero di Fabrizio De André ("Spàragli Piero, spàragli adesso..."), poi una canzone francese che non conosco, poi Varda la vale ("Son tornà / par sempre. / Ma varda la vale / dove che gera / le contrà!": una canzone incomprensibile, a non sentirla cantata, mi rendo conto).
Mia mamma racconta che quando si svegliò dall'anestesia, dopo la prima operazione (era cancro; la seconda operazione fu un aprire e richiudere subito, non c'era, come si usa dire, niente da fare), suo padre cominciò a cantare a bassa voce la Canzone del capitano: quella del capitano che, morendo, lascia in eredità parti del suo corpo ai soldati, alla patria, alla consorte.
Mi sono fermato, seduto sui talloni, ad ascoltare i ragazzi. Cantavano bene, a bassa voce cantavo anch'io. Non cantavano per tirare su soldi: cantavano per farsi ascoltare. Che è la cosa più semplice e più bella.
Quando morì, mio nonno aveva sessantanove anni. Durante la guerra (la grande guerra, o prima guerra mondiale) era stato sulla Bainsizza. Ne era venuto via in barella, con un polmone perforato. Ogni anno andava all'adunata degli alpini. Se non poteva andare, perché era prima di tutto un medico condotto, almeno tirava fuori il cappello, lo metteva in ordine. Lo teneva sul tavolo in ambulatorio. Lo metteva in testa quando usciva. Era la sua gioventù.
I ragazzi erano simpatici. Parecchi con i capelli lunghi (legati a coda, visto il caldo), con le braghe a mezz'asta come usa adesso. Tutti con magliette qualsiasi, magari con delle pubblicità. Avevano tutti la lattina di birra: giusto un sorso prima di ogni canzone, prima di intonare.
Alla messa funebre di mio nonno c'erano molti suoi compagni alpini. Tennero il cappello in testa per tutta la durata della messa, e il prete non disse niente. Un gruppo di loro cantò le canzoni. Quando la messa fu finita, mentre la cassa veniva portata fuori, intonarono Signore delle cime:
Dio del cielo
signore delle cime
un nostro amico
hai chiesto alla montagna.
Ma ti preghiamo:
su nel paradiso,
làscialo andare
per le tue montagne.
Dopo Stand by me i ragazzi hanno intonato Signore delle cime.
Santa Maria,
signora della neve,
copri col bianco
tuo soffice mantello
il nostro amico,
il nostro fratello.
Ho una foto di mio nonno Pietro. In bianco e nero, scattata da mio zio D* tanti anni fa. Pietro è seduto alla scrivania, di profilo. Ha il camice bianco. La scrivania è piena di carte. La piccola burocrazia di un medico condotto di campagna, ai tempi di prima dell'Inps, quando c'erano tutte le mutue. La luce viene da una lampadina nuda, appesa al soffitto.
Di mio nonno Pietro mi ricordo questo: che stava molte ore (o così mi pareva) a leggere sulla poltrona di pelle Frau del suo salotto, e l'odore della poltrona gli restava addosso; che ci portò in Cadore e sulle Dolomiti con la millecento; che con lui per la prima volta in vita mia attraversai un bosco. Il bosco era pieno di odori, di rumori sottili, di venticelli brevi, di piccoli movimenti delle foglie o degli animaletti. Il bosco era vivo.
Questa notte ha telefonato M*A*. Ha lasciati quattordici messaggi. Ogni messaggio dura tre minuti: è il massimo della mia segreteria.
Per fortuna che ho il sonno duro, e il telefono in un'altra stanza.
Erano mesi che non si faceva vivo.
Quando chiama, chiama verso le tre, quattro di notte. Ubriaco. Farfuglia, non si capisce bene. "Giulio Mozzi", dice, "ecco un vero scrittore. Uno che non risponde neanche al telefono. Che si nasconde. Una talpa, non uno scrittore! Un topo! E invece... diresti... una serpe! Che striscia, striscia... E morde! Come il demonio...".
Oppure dice: "Io lo so, Mozzi. Io lo so bene. Che lei tutti i suoi libri, dal Male naturale in poi, li ha copiati. Lo so, perché lei li ha copiati da me. Quando le mandavo le iméil, lei copiava. E trascriveva. Tutto. Parola - per - parola. Lo so bene. Qualche pagina decente l'ha scritta, in questo modo...".
Ogni tanto urla: "Scrittore di merda! Scrittore di merdaaa!".
Quattordici messaggi sono tanti. Stamattina non li ho ascoltati. Non ne avevo voglia. Li ho ascoltati adesso. Sono uguali a quelli che mi lasciava due anni fa, tre anni fa. Sempre alle tre, quattro di notte.
Una volta chiamava anche al telefono portatile. Ho imparato a controllare, quando vado a letto, che sia spento. Lì comunque non c'è segreteria.
All'inizio, chiamava di giorno. E' un mio coetaneo. Facevamo delle conversazioni normali. Mi sembrava, addirittura, una persona interessante. Poi mi si parò davanti, alla Biblioteca Civica di Venezia, in occasione di una lettura di Thomas Bernhard, e mi consegnò un manoscritto. Che lessi, ed era orribile. Glielo dissi. Gli rispedii il manoscritto.
Cominciarono allora le telefonate pericolose.
Ha, quest'uomo, una straordinaria capacità di farmi star male. Ha letto tutto Lacan, Freud, non so chi altri. Ho conosciuta una sola persona capace di farmi star male allo stesso modo, ed era uno psichiatra.
M*A*, voglio dire, è bravo. Non voglio prenderlo in giro. Non è un persecutore goffo, come ce n'è tanti. L'unica mia difesa contro di lui, è non averci che fare.
Un anno fa, stetti tre mesi senza rispondere al telefono di casa. Avevo messo in segreteria un messaggio che diceva: "Chiedo scusa, ma un maniaco mi perseguita. Fate sentire la vostra voce, dite chi siete, e se sono in casa vi risponderò; altrimenti lasciate un messaggio". C'era anche gente che s'incazzava, con me, perché facevo filtro in questo modo.
Adesso, di tanto in tanto, ogni sei o sette mesi, ha la notte che gli viene in mente di chiamarmi. Al massimo lo fa per due o tre notti. Poi gli passa (o si dedicherà a qualcun altro, non so).
Io non sono capace di avercela con lui. Sì, lo mando al diavolo, faccio in modo di non entrarci in contatto; ma non ho fatto quello che mi consigliavano un po' tutti: segnalarlo alla Telecom e/o alla Questura. "A che serve?", mi dico ogni volta che ci penso.
Quando il mio equilibrio è turbato, cosa che succede con una certa frequenza, penso a lui. Non penso a lui come a una persona, ma come una cosa. Il male che lo ha preso, ha fatto di lui una cosa. Non sto scherzando. Averci che fare, non è come aver che fare con una persona. E' diverso. M*A* è una cosa di male. Non è una persona malata.
Non so quanto vicino sono andato, io, nei miei personali turbamenti, a questo. Non tanto vicino, credo. Ma abbastanza vicino da spaventarmi a morte - spavento salutare, grazie al quale ho cominciato ad allontanarmi da questo.
Ci sono persone inaiutabili, temo.
Suona il campanello. Apro. E' il signor P*. Abita verso il fondo della via, dopo le case dei professori. Avrà settant'anni, settantadue, più o meno.
"Buongiorno", mi dice. "Le chiedo un piacere. Posso usare il bagno?".
"Entri", gli dico.
Io sto a pianoterra. Il bagno è subito lì. Gli prendo un asciugamano. Lui si è già tappato dentro.
Torno alla scrivania. Al mio lavoro.
Esce dopo dieci minuti. Lo sento aprire la porta. Gli vado incontro.
Mi accorgo che cerca di starmi distante. Cosa che, nei piccoli spazi di casa mia, non è facile.
Mi viene un dubbio.
"Sta bene?", gli dico.
"Insomma", dice lui.
"Vuole un caffè? Un bicchier d'acqua?", dico.
"No... Non si preoccupi", dice. Lo vedo camminare strano. Sento l'odore.
"Senta", gli dico. "Adesso io le do un paio di mutande delle mie, che al massimo le vanno un po' larghe, e un asciugamano e tutto. Va bene?".
Lui diventa rosso, annuisce.
Gli do anche un sacchetto di carta e uno di plastica, per metterci la sua roba sporca.
Un quarto d'ora dopo siamo seduti al tavolo della cucina. Gli preparo un tè né caldo né freddo.
"E' brutto", dice lui. "Mi succede, con questo caldo. A volte non sento nemmeno lo stimolo. Non riesco a tenermi. Neanche per fare i cento metri da qui a casa. Mi vergogno anche di fronte a mia moglie. La roba me la pulisco io, quando succede, ma mi vergogno lo stesso. E' brutto, diventare vecchi".
Il signor P* ha l'età dei miei genitori.
Esco a comperare i cetrioli. In via Roma mi avvicina un ragazzo con un blocco di moduli in mano.
"Buongiorno, signore", dice il ragazzo. "Posso farle delle domande per un sondaggio?".
"Sì", dico, "ma il club del libro non mi interessa".
"Non le piace leggere?", dice il ragazzo.
"Sì, mi piace", dico.
"Quanti libri compera mensilmente?", dice il ragazzo.
"Non saprei", dico. "Dipende. Cinque o sei. A volte di più. Ne ricevo parecchi in omaggio".
"Conosce il club del libro?", dice il ragazzo.
"Sì", dico. "Ma non mi interessa".
"Le interessa l'opportunità di acquistare i libri a un prezzo inferiore del venti o trenta per cento a quello della libreria?", dice il ragazzo.
"I libri che leggo io", dico, "o li ricevo in omaggio, o il club del libro non li pubblica".
"In che senso, mi scusi, li riceve in omaggio?", dice il ragazzo.
"Nel senso che me li mandano a casa", dico.
"E come mai?", dice il ragazzo.
"Lavoro nell'editoria", dico.
"Lei è un editore?", dice il ragazzo.
"No", dico. "Sono uno scrittore", dico.
"Per questo legge molti libri", dice il ragazzo.
"No", dico. "Leggo molti libri per istruirmi".
"In che senso, mi scusi, per istruirsi?", dice il ragazzo.
"Per imparare cose", dico. "Per essere più informato".
"Ho capito", dice il ragazzo.
"Bene", dico. "Posso andare?".
"Ma allora", dice il ragazzo, "non le interessa il club del libro?".
"No", dico, "mi spiace".
Faccio un mezzo passo.
"Ma in che senso, mi scusi", dice il ragazzo, "lei è uno scrittore?".
"Nel senso che ho pubblicato vari libri", dico.
"Che genere di libri?", dice il ragazzo.
"Libri di racconti", dico.
"Che genere di racconti?", dice il ragazzo.
"Racconti tristi", dico. "Che fanno star giù l'anima".
"In che senso, mi scusi, fanno star giù l'anima?", dice il ragazzo.
"Eh!", dico, "sono storie tipo di gente che gli muore la persona amata, o che non trovano nessun senso nella vita, o che vanno in depressione".
"Ah", dice il ragazzo.
"Eh sì", dico.
"E dove si trovano?", dice il ragazzo.
"In libreria", dico. "Nel club del libro no".
"E perché no?", dice il ragazzo.
"Perché non vendono abbastanza", dico.
"Ma se fossero nel club del libro", dice il ragazzo, "venderebbero di più".
"No", dico. "Se vendessero di più sarebbero nel club del libro".
"Ah", dice il ragazzo.
"Eh sì", dico.
"Mi scusi", dice il ragazzo.
"Di che?", dico io.
"Ma lei come si chiama?", dice il ragazzo.
Dico il mio nome.
"Ah", dice il ragazzo.
Io tento un altro mezzo passo.
"Posso andare?", dico.
"Mi scusi", dice il ragazzo.
"Che c'è?", dico.
"Ma lei", dice il ragazzo, "conosce Alessandro Baricco?".
1. Ieri cerco Umberto tutto il giorno, senza mai trovarlo. Poi, verso le undici di sera, mi siedo a un tavolino in piazza Duomo, con Mauro. Due minuti dopo Umberto si siede con noi.
2. Venerdì scorso mi arriva a casa il rimborso di una esazione suppletiva non esigibile. In sostanza, in treno mi avevano fatto pagare un supplemento non dovuto (c'è stato un momento in cui Trenitalia aveva diramate ai suoi addetti direttive poco chiare, se non contraddittorie). Io avevo discusso a lungo con il controllore, e poi avevo fatto reclamo. Sabato mattina, in treno, do il biglietto al controllore, e lui mi dice: "E allora, com'è andato il reclamo?". Lo guardo e lo riconosco. Lui ha una faccia un po' da prendere in giro. Apro lo zaino e gli mostro il rimborso (un buono da 8 euro).
3. Due settimane fa torno da Milano a Padova alle undici e mezza (di sera) circa. Sono stanchissimo. Mi metto in coda per un taxi. Accanto a me viene a mettersi in coda S*. Non ci vedevamo da anni. Abbiamo lavorato nella stessa libreria per sette anni. Lui ci lavora ancora. Chiacchieriamo (la coda è lunga). Quando tocca a me, il tassista è Gianluca: anche lui un ex collega della libreria. Saliamo in macchina entrambi e andiamo a farci un gelato in tre.
4. Una volta, Antonella Cilento mi invita a Napoli per un laboratorio. Finito il laboratorio, prendo un treno notturno. Scendo a Parma alle nove di mattina: devo partecipare a un convegno, e poi proseguire per Torino. Alle tre del pomeriggio, finito il convegno, torno in stazione. In sala d'aspetto c'è una signora che legge L'elenco telefonico di Atlantide di Tullio Avoledo. Nell'istante in cui noto la cosa, mi telefona Tullio Avoledo e mi dice: "Mi hanno invitato a fare una presentazione a Parma. Cosa dici, ci vado?". Gli do la solita risposta ("Vedi tu"), parliamo del più e del meno. Annunciano il mio treno. La signora mi si avvicina e mi dice: "Lei è giulio mozzi?". Purtroppo va a Bologna, e la conversazione s'interrompe. Salgo sul mio treno, cerco un posto libero, mi sento chiamare: è Antonella, che sta andando a Chambéry. Faccio il viaggio fino a Torino con lei e Paolo. Due giorni dopo, in viaggio da Torino verso Bologna, mentre chiacchiero con M*, sento una voce nello scompartimento accanto. E' Antonella.
5. G. V. è in assoluto la persona che ho più spesso incontrata in giro. Lui è palermitano, vive e lavora prevalentemente a Torino. L'ho incontrato più volte, casualmente, in stazione ferroviaria a Milano. Una volta ero a Roma per una presentazione alla libreria Mel Books di via Nazionale, nell'attesa di iniziare esco sul marciapiede a fumare una sigaretta, e me lo trovo davanti (lui non sapeva della presentazione, era a Roma per un sol giorno ecc.). Una volta a Padova, al Canton del Gallo: era lì che si guardava intorno, come uno che non sapesse da che parte andare. Una volta, ero a Firenze, lui mi chiama e mi dice: "Ciao, sono a Firenze". In compenso, se ci diamo un appuntamento, in genere succede qualcosa per cui non ci vediamo.
6. In stazione a Firenze, nel marzo scorso. Treni in ritardo pazzesco. Incontro Maria. Lei torna a Padova, io vado a Roma. Mi dice che suo marito è a Roma. Facciamo due chiacchiere. Arriva il mio treno, viaggio, sbarco a Roma. Vado alle macchinette automatiche per fare il biglietto del ritorno. Scelgo quella con meno coda. La persona davanti a me è il marito di Maria.
Allora, la cosa funziona così. Ieri sera, sulla terrazza della casa di Fabio, si riuniva il direttivo dell'associazione The Andromeda Society, di cui Fabio è il presidente.
Si parlava del ciclo di conferenze (i "mercoledì dell'Andromeda") da farsi nel prossimo anno sociale, da ottobre 2003 a giugno 2004. Per le due conferenze di mia competenza, io, che improvviso sempre, ho buttati là i due argomenti che mi si rigirano in mente in questi giorni: "Libri immaginari, autori inesistenti" e "Autorialità in rete". Del secondo argomento s'è discusso un poco, trovandoci tutti istantaneamente in disaccordo (il che vorrà dire, suppongo, che si tratta di un buon argomento da conferenza).
A un certo punto ho fatto un esempio. Ho indicato S*, che stava seduta accanto a me, e ho detto a F*: "Vedi: se domani lei mi scrive un'e-mail firmandosi Umberto Eco, io in realtà non so con chi ho che fare. Non so se ho che fare con il vero Umberto Eco, quello che tutti conoscono; o se ho che fare con qualcuno che simula Umberto Eco. Il simulatore, può simulare per inganno, per gioco o per poetica autoriale. Ecco: a me dell'inganno e del gioco non m'importa nulla o quasi, della poetica autoriale m'interessa invece parecchio. Oggi, chiunque si scelga un nomignolo (un nickname) per il suo indirizzo di posta elettronica, imposta una poetica autoriale: che lo sappia o no, lo sta facendo. La poetica autoriale è diventata un esercizio di massa: e questa è una novità. Che per ora non capisco bene", ho concluso, "ma so che mi interessa".
Bene. Con Fabio e gli altri ci salutiamo, ieri sera, attorno alle 23.45. A mezzanotte ero a casa, grazie a un passaggio in macchina. Sono andato a letto.
Stamattina mi trovo, nei "commenti" a "La signora dell'olio", un breve messaggio firmato Umberto Eco. Spedito alle 11.50 pm, ossia alle 23.50. L'indirizzo del mittente è u.eco@espressoedit.it: e si può ben immaginare che Umberto Eco abbia un indirizzo presso L'Espresso, dove tiene la rubrica "La bustina di Minerva": se non altro per far andare lì tutta la posta dei lettori, e tenerla distinta da altri generi di posta. Ma il punto non è questo.
Il punto è questo: chi è stato? Fabio? Qualcun altro dei presenti? Proprio S*, che avevo chiamata in causa nell'esempio? O F*, con il quale ero in completo disaccordo?
Magari c'è il modo di saperlo, ravanando nell'internet, ma io non so come si fa.
Chiunque sia stato, comunque ha fatta una precisa scelta di "poetica autoriale": ha scelto di stare a un mio gioco. Io quindi starò al suo, e non avrò pace finché non condirò l'insalata con il suo olio.
D'altra parte, anche il mio nomignolo "giuliomozzi" è una scelta di poetica autoriale, no? Certo, molto molto minimalista...
Il telefono suona. Rispondo.
"Buongiorno, parlo con il signor Mozzi?", dice una voce femminile.
"Sono giulio mozzi. Buongiorno", dico io.
"Il signor Mozzi che abita in via Michele Sanmicheli a Padova?", dice la voce femminile.
"Sì", dico io.
"Al cinque cì?", dice la voce femminile.
"Sì", dico io, "sono giulio mozzi, abito a Padova in via Michele Sanmicheli cinque cì, il mio codice fiscale è mzz gli 60h17 b485j, porto il 42 di scarpe, non mi piacciono né i Beatles né i Rolling Stones, bevo molta acqua e non ho la patente. Lei chi è?".
"Mi scusi", dice la voce femminile. "Sono *** [dice nome e cognome], della Service Coop. Lei conosce la Service Coop?".
"No", dico io.
"La Service Coop è un'azienda dell'area cooperativa specializzata nell'esecuzione di progetti di pubblica utilità con il metodo del project financing. Ad esempio: una pubblica amministrazione vuole costruire un museo, ma non ha le risorse, allora la Service Coop costruisce il museo e lo dona alla pubblica amministrazione, riservandosene lo sfruttamento economico per un certo numero di anni".
"Ho capito", dico io.
"In sostanza", continua ***, "è un modo per permettere alle pubbliche amministrazioni di costruire opere di pubblica utilità senza incorrere in indebitamenti favolosi".
"Ho capito", dico io, e penso che indebitamenti favolosi è una bella espressione, ma fa a pugni con il tecnicismo friendly di tutto il resto del discorso. "Ho capito", dico: "ma io che cosa c'entro? Non sono mica una pubblica amministrazione".
"Non si preoccupi", dice *** ridendo leggermente. "Lei è nato a Camisano Vicentino, vero?".
"Sì", dico io. "Lei sa tutto di me?".
"No", dice *** ridendo ancora, allo stesso modo, leggermente. "So di lei ciò che ci ha fatto sapere l'amministrazione comunale di Camisano Vicentino".
All'improvviso sono molto preoccupato. Già mi vedo l'amministrazione comunale di Camisano Vicentino che tenta di farmi acquistare quote del loro nuovo museo, costruito con il metodo del project financing.
"Va bene", dico allora. "Sono pronto a tutto. Mi dica".
"Ecco", dice *** con una voce che diventa sempre più bella, "la Service Coop sta costruendo per l'amministrazione comunale di Camisano Vicentino un nuovo cimitero, in località Tre Madonne".
"Ah", dico io, "un bel posto".
"Mi fa piacere che lei ce l'abbia presente", dice ***. "Anche il cimitero sarà molto bello. La progettazione è stata affidata allo studio Veneranda & Associati, che segue i criteri della bioarchitettura".
"L'architettura della vita", non so trattenermi dal dire.
"Già", dice ***, "perché il morire, il trapassare, il trasformarsi, sono tutte cose che fanno parte della vita".
"Già", dico io. In questo momento non sto pensando a niente.
C'è una pausa nella conversazione.
Poi capisco, all'improvviso, che devo prendere in mano la situazione.
"Bene, signora ***", dico allegramente, "che l'amministrazione del Comune dove sono nato si stia dotando di un nuovo cimitero costruito con il metodo del project financing e secondo i criteri della bioarchitettura, è cosa che non può che farmi piacere. Ma qual è la mia parte in tutto questo, secondo lei e secondo la Service Coop?".
"Ecco", dice *** con tranquillità assoluta, "noi le offriamo la possibilità di acquistare fin d'ora, a un prezzo molto favorevole, una posizione, o anche più posizioni, se lei volesse, nel cimitero del suo paese natale".
"Una posizione?", interrogo. "Cioè? Una quota? Una partecipazione?".
"No", dice ***, "una tomba. Il progetto prevede sia inumazioni, cioè messe in terra, sia tumulazioni, cioè loculi. La Service Coop donerà il cimitero all'amministrazione comunale di Camisano Vicentino, e in cambio ne avrà la gestione economica per trent'anni. In questo momento stiamo offrendo a tutti coloro che sono nati in Camisano Vicentino, ma vivono altrove, e in Camisano Vicentino conservano conoscenze e affetti, la possibilità di garantirsi un'inumazione o una tumulazione nel proprio paese natale".
"Non so", dico. "Sinceramente, non ci ho mai pensato".
"Lo so", dice ***, e la sua voce è molto cordiale e quieta. "Sto facendo molte telefonate in questi giorni, come lei può immaginare, e tutti mi dicono: non ci ho mai pensato. Per questo non le chiedo una risposta immediata. Le chiedo solo di pensarci. Se le mi autorizza, nelle prossime settimane le manderemo una busta con il dépliant del costruendo cimitero, un estratto della convenzione tra Service Coop e l'amministrazione comunale di Camisano Vicentino - così che non ci siano dubbi -, e le condizioni economiche dell'offerta. Poi ci permetteremo di ritelefonarle tra un paio di mesi. Che ne dice?".
"Va bene", dico, "aspetto la vostra offerta".
Ho ricevuto al mio indirizzo privato, e qui riporto:
Gent.mo Sig. Giulio Mozzi,
al termine del nostro contatto, dopo essermi ripresa dalla telefonata decisamente insolita, mi sono subito informata, insomma ho fatto delle ricerche. Mi sentivo in colpa per il dolore che involontariamente le avevo rinnovato.
Con mia grandissima sorpresa ho scoperto che lei è un noto scrittore (una mia collega è un'accanita lettrice dei suoi libri e del suo diario) e che da qualche parte in internet aveva parlato addirittura di me. Non avrei mai detto di finire al centro dell'attenzione di una persona come lei soltanto per qualche litro d'olio... Suppongo che pretenda pure che debba ringraziarla per questo, mostrarle gratitudine.
Da quanto è stato scritto deduco di essere stata ingannata, e questo mi dispiace profondamente, mi creda. Facevo soltanto il mio lavoro, e le assicuro che ho faticato non poco a trovarlo. Dopo la morte di mio marito, due anni fa, per incidente stradale, tutto si è fatto improvvisamente più difficile, ed io non mi sono ancora abituata a questa nuova solitudine. Lo sento dappertutto... La sua voce, il profumo del dopobarba analcolico che usava, l'unico che non gli irritava la pelle... Trovo foto che non mi appartengono di noi due sorridenti e abbracciati, scattate in posti in cui avevamo soltanto progettato di andare. Assurdo, vero? Le assicuro che è un incubo, una follia, e che a volte preferirei che lui se ne stesse buono buono lì dov'è, perchè a me causa solo sgomento e molta poca consolazione.
So che è l'assenza insopportabile a provocare queste allucinazioni, ad aprire nella mia testa questi vortici assurdi, queste smagliature del tempo, so anche che quest'ultimo in qualche punto si sovrappone, si accavalla... amalgama ferocemente passato, futuro e futuro immaginato in quel passato. Ed io sono sola con la mia disperazione, con la mia debolezza, in mezzo a questi due lembi di esistenza (reale e sperata) che lacerano la carne e bucano irrimediabilmente la memoria. Non pensi che sia matta, o che stia scherzando. Io mio marito lo sento davvero, e davvero mi manda dei messaggi. Non usa sempre la stessa voce e quasi sempre è un linguaggio che non comprendo subito, ma capisco immediatamente che si tratta di lui. Dopo qualche secondo, con un meccanismo automatico di cui non ho il controllo, si ripetono nella mia mente le frasi giuste, e questa volta comprendo, questa volta è la sua voce che mi parla... e lui, mio marito, quelle frasi le lascia ogni volta a metà, Sig. Mozzi, mi chiede di finirle, come un indovinello, come un rebus, senza che la mia volontà possa in alcun modo entrare, e con grande - mi creda - sfinimento finale.
Ogni volta sono passiva testimone dello smembramento del mio corpo, una parte di me si isola, si stacca, per elaborare e decifrare lo strano parlare, ogni volta nuovo, ogni volta diverso, ed io sento la mia carne sanguinare, strapparsi, dividersi, e poi tornare a ricostituire l'unità come per incanto, interrompendo improvvisamente il dolore e portando con sè, come nuovo elemento, il messaggio. E c'è la frase da finire. La tortura.
Un tassista di Padova ha i capelli a coda di cavallo, il naso lungo, i gomiti spigolosi. Muove molto le spalle.
Un altro tassista ha sempre su i dischi dei Dead can dance.
Un altro tassista una volta abitava giusto di fronte a casa mia, e ogni volta me lo dice.
Un altro tassista ha i baffi e mentre guida bofonchia insulti agli altri automobilisti, ai ciclisti, e talvolta anche ai pedoni.
Un altro tassista andrà presto in pensione. Il lavoro gli mancherà, mi dice.
Un altro tassista mi chiede sempre quale percorso voglio fare. "E' lei il professionista", gli rispondo sempre.
Un altro tassista ha sempre un libro in automobile. L'ultima volta che ho viaggiato con lui aveva Vita di Melania Mazzucco. La volta prima aveva I tre moschettieri. Lo aspetto al varco per regalargli Il suicidio di Angela B. di Umberto Casadei.
Un altro tassista una volta doveva portarmi in via Dignano e invece mi portò in via Digione, oppure viceversa, adesso non ricordo. Quando io cominciai a dirgli: "Guardi che non è questa la strada", lui mi disse: "So io dove deve andare lei".
Un altro tassista era stato mio collega quando lavoravo alla Libreria Internazionale Cortina di Padova. Lui guidava il Fiorino, io l'ApeCar.
Un altro tassista passa sempre col rosso. Ogni volta gli dico: "Per piacere, non passi col rosso". Lui non mi risponde nemmeno. L'ho segnalato due o tre volte alla cooperativa, ma lui continua.
Un altro tassista non sa mai dove sono le strade. Lavora da vent'anni e non le ha imparate.
Un altro tassista è il fratello di quello che era mio collega alla Libreria Internazionale Cortina.
Un altro tassista una volta mi ha detto: "Ma lei era in televisione, ieri sera?". Io non ero stato in televisione, la sera prima. "Ma sì, lei era in televisione, su Telechiara". Telechiara è la televisione delle Diocesi venete. Qualche giorno dopo, mio fratello mi ha detto: "Ah, sono stato a Telechiara a parlare degli Universitari costruttori". "Quando?". "Qualche sera fa". Mio fratello e io non ci somigliamo per niente, secondo me.
Un altro tassista è scorbutico.
Un altro tassista, quando torno a Padova proprio tardi tardi, mentre mi porta a casa chiama i colleghi con la radio per andare tutti a cena alla pizzeria Zairo.
Un altro tassista non sopporta gli euro, e mi fa sempre lo sconto pur di non maneggiare le monetine.
Un altro tassista mi ha detto una volta, d'inverno: "El me scusa se tegno verti i finestrini. A gò portà a Abano do negre, che no so cossa che e gavesse magnà. E gaveva un fià che spussava da pesse morto".
Un altro tassista, una volta, sapeva che avevo i secondi contati per prendere il treno, e al momento di darmi il resto si mise a cincischiare con i soldi.
Un altro tassista, se rientro una sera che c'è stata una partita di coppa, me la racconta tutta. Lui tiene l'Inter (io nessuno).
Un altro tassista, una volta che mi addormentai di colpo appena salito in macchina, guidò piano piano per non svegliarmi, e arrivato a destinazione non sapeva come fare.
Sono a casa, sto cercando di fare ordine nello studio. Il telefono suona.
"Buongiorno", dice una voce femminile, "sono della ditta Tale. Noi produciamo olio con metodo artigianale. Le telefono perché la settimana prossima saremo in consegna nella vostra zona".
Qui si ferma.
"Mi dica", dico.
"Potrei parlare con la signora?", dice la voce femminile.
"Dica pure a me", dico.
"Ecco, le dicevo che la settimana prossima saremo in consegna nella vostra zona", dice la voce femminile.
"E noi abbiamo ordinato dell'olio?", domando.
"Ecco", dice la voce femminile, "per questo le chiedevo di parlare con la signora, perché la settimana prossima saremo in consegna nella vostra zona".
"Ma lei", dico, "ha già parlato di questo con lei?".
"Sì", dice la voce femminile.
"Cioè", dico, "lei ha ordinato dell'olio?".
"Ecco", dice la voce femminile, "le avevamo appunto prospettata un'offerta".
"Ma quando?", dico io. "Nelle settimane scorse?".
"Circa un mese fa", dice la voce femminile. "La signora mi doveva confermare un'ordine, perché la settimana prossima saremo in consegna nella vostra zona".
"Strano", dico, "che mia moglie abbia fatto un ordine. Mia moglie è morta due anni fa".
La voce femminile rimane interdetta. Dice vagamente un "Ah, mi scusi...".
Allora io divento cordialissimo.
"No", dico, "ma guardi, questa cosa è proprio interessante. Mia moglie ha sempre avuta una passione per l'olio".
"Mi scusi", dice la voce femminile, "forse c'è stato un errore...".
"Non so", dico, "tutto è possibile, però, vede, magari in questo modo mia moglie, che ha sempre amato l'olio, ha voluto mandarmi un messaggio".
"Mi scusi", dice la voce femminile, "non saprei che cosa dirle...".
"E invece no", insisto, "può darsi proprio che lei abbia qualcosa da dirmi. Vede, lei potrebbe essere, in questo momento, uno strumento nelle mani di mia moglie. E' sicura di non avere qualcosa da dirmi? Qualcosa che le viene in mente all'improvviso, proprio ora?".
"Non so", dice la voce femminile, "io telefonavo per l'olio...".
"Lasci perdere l'olio!", dico. "Lei in questo momento non è più lei. Lei è uno strumento nelle mani di mia moglie. La sua persona e il suo olio devono farsi da parte. Non opponga resistenza! Chiuda gli occhi! Si rilassi! Lei è una posseduta, si rende conto? Una posseduta!".
"Mi scusi", dice la voce femminile, intimorita. "Ho molte telefonate da fare...".
E mette giù.
Ho fatto questo gioco molte volte.
Stamattina, però, cinque minuti dopo mi ha telefonato il capo della voce femminile. Ha telefonato per scusarsi. Mi ha fatta qualche domanda, cautamente. Secondo me, voleva capire se ero matto o no, se doveva mandarmi la neuro o no. Ho risposto con la massima serietà.
Qualunque cosa scriviate, anche la proverbiale "lista della spesa": che vi piaccia o no, è letteratura. Così come qualunque cosa diciate è discorso, qualunque movimento facciate è gesto, e così via.
Può non piacere, e capisco che possa non piacere. Ma è così (mi pare).
Aladar scrive, in un "commento" a "Terrore": "Abbiate pazienza, per me il nick è un personaggio letterario; una persona poetica, per essere più preciso. l'avete letto don Chisciotte? [...] ma il blogger non vuole fare letteratura".
Ora, se il nick è un "personagio letterario", una "persona poetica"; se per fare un esempio si cita don Chischiotte; io domando: che cosa fa, di fatto, e anche intenzionalmente, il blogger, se non appunto "letteratura"?
Aladar scrive anche: il blogger "non usa alcun filtro"; come se "fare letteratura" comportasse "usare dei filtri". Ma che cos'è un nick prodotto come "personaggio letterario", se non un filtro?
O forse non ho capito.
Alessandro Lise scrive (sempre in un commento a "On the blog"): "Quando ho cominciato a tenere un blog, nel 2001, mi ero creato un’identità falsa, perché mi terrorizzava essere così esposto".
Anch'io, nel 1993, quando il mio libro uscì, ero terrorizzato.
In effetti, qualcuno minacciò di denunciarmi (e non so se lo fece): ma questo era il meno. Le persone vicine a me, mi terrorizzavano. Grazie al libro avrebbero potuto guardarmi dentro, così come non avevano mai fatto.
Il terrore era ingiustificato. Le persone vicine mi guardarono dentro, attraverso il libro, e ciò produsse del bene per tutti.
(Non è stato così per tutti i libri. Ho fatto anche dei libri brutti. Per i libri brutti, questo terrore è giustificatissimo).
Scoprii dopo, di chi dovevo avere terrore.
Dovevo avere terrore delle persone che, non conoscendomi di persona, conoscendomi attraverso il libro, decidevano arbitrariamente di fare un tutt'uno di me e del libro. Cioè di rivolgersi a me come a un libro.
Qualche esempio.
Le persone che credono che tutto ciò che è raccontato nel libro mi sia capitato, e che mi sia capitato esattamente così.
Le persone che credono che, avendo io fatto un libro (parecchi libri, ormai), il mio spasso principale sia parlare di libri.
Le persone che credono che, avendo io fatto un libro, la mia vita sia cambiata ("Ti gà fato i schei, eh?").
Le persone che credono che io, avendo fatto un libro, sia in grado di risolvere i loro problemi di cuore.
Le persone che, conversando con me, citano continuamente (e mi lanciano occhiatine d'intesa) frasi tratte da miei libri (mi fanno lo stesso effetto di quelli che cacciano fuori la lingua per significare a una donna il loro interesse sessuale per lei); oppure, quando notano che nel conversare mi scappa una frase simile a qualche frase che ho scritta in un libro (grazie tante, li ho scritti io, so fare cinque tipi di frase in tutto), si sentono in dovere di (e provano intenso piacere a) farlo notare a tutti (cioè a me stesso, principalmente).
Eccetera.
Non parlo qui, sia chiaro, delle persone che si rivolgono a me per ragioni editoriali (perché io legga un loro dattiloscritto, perché lo sostenga presso un editor di grido [cioè un EDITOR!!!] eccetera): quella è un'altra faccenda e, se è un disturbo, è un disturbo che mi sono cercato e che volentieri accetto.
Parlo qui di coloro che mi stanno davanti, mi guardano, e non mi vedono. Hanno qualcosa dentro la loro testa, qualcosa che hanno estratto dalla lettura del libro, e non sono capaci di distinguere quello che hanno dentro la testa da me che hanno davanti; quello che hanno dentro la testa è più forte, più evidente, più visibile di me, che mi hanno davanti.
Il terrore di Alessandro Lise, quindi, ha delle giustificazioni. Mi imbarazza che lui sia imbarazzato dal fatto che io potrei leggere ciò che lui scrive. Ma, come sempre, da questi imbarazzi usciremo con un po' di pazienza. Peraltro ciò che lui scrive è spesso molto bello da leggere.
(Certo: mi diverte sorprendere, in certe sue micronarrazioni, il suo corpo dinoccolato. Leggo, e penso: "Questa cosa qui, gli somiglia proprio fisicamente". Non è per questo divertimento che leggo il suo blog; ma questa somiglianza fisica tra lui e il suo blog è, secondo me, indizio di buona qualità letteraria).
Però, che Alessandro abbia avviato il suo blog, cioè un lavoro di scrittura serio e impegnativo e coinvolgente e... tutto quello che volete, e che l'abbia fatto nonostante il terrore e l'imbarazzo, be': questo va solo a suo onore.
Mi pare.
Scrive Alice, in un "commento" al pezzo intitolato "On the blog": "Perchè i personaggi pubblici che scrivono in rete non usano pseudonimi? Perchè il loro nome rappresenta un'identità precisa, nota ad alcuni o a molti. Tutti gli altri sono solo nomi e cognomi. La scelta di un nick rappresenta un'indicazione di chi si vorrebbe essere, il primo passo per l'uscita dall'anonimato. Quanto è importante il titolo di un romanzo? O quello di un articolo di giornale?".
Quando pubblicai il mio primo libro, feci due cose: una normale, e una anormale.
La cosa normale fu questa: feci scrivere il mio nome in alto, sulla copertina e sul frontespizio, sopra il titolo.
La cosa anormale fu questa: sulla bandella, lì dove c'è di solito la breve biografia dell'autore, feci scrivere: "Giulio Mozzi è nato nel 1960. Abita a Padova in via Michele Sanmicheli 5 bis" (adesso sto al 5 c).
Alice paragona esplicitamente lo pseudonimo (cioè il nick) al titolo d'un romanzo o d'un articolo di giornale. Ne deduco che lo pseudonimo, secondo Alice, non è l'indicatore di chi sia l'autore dell'opera, ma è l'opera stessa.
Altrimenti non si spiegherebbe la frase palesemente contraddittoria: "La scelta di un nick rappresenta un'indicazione di chi si vorrebbe essere, il primo passo per l'uscita dall'anonimato". La frase è palesemente contraddittoria perché (chiedo scusa per la pedanteria) per "uscire dall'anonimato" non intende "entrare nell'onimato" (brr! che neologismi!), cioè mostrarsi per ciò che si è (la tal persona, che sta nel tal posto, è reperibile ecc.), bensì "indicare chi si vorrebbe essere", ossia ciò che, almeno attualmente, non si è.
Quindi: io apro un diario in pubblico, nel quale non mostro ciò che sono, ma indico ciò che vorrei essere. Un diario nel quale il mio nome non compare, compare invece un nome che non rimanda all'autore del diario, ma che designa il diario come opera.
Bene.
Questo mio diario si chiama: "giuliomozzi / diario". Ora, io non sono giuliomozzi: io sono Giulio Mozzi. Non c'è molta differenza, mi si dirà. C'è abbastanza differenza, però, forse, perché giuliomozzi sia un'opera (nel senso che ho appena detto). Quindi giuliomozzi è pur sempre "un'indicazione di chi vorrei essere". D'altra parte, giuliomozzi è uno pseudonimo (è anche il mio nick di posta elettronica) più che mai trasparente: non c'è dubbio, che a fare giuliomozzi non sia Giulio Mozzi.
E' come se il diario fosse intitolato: "Non esattamente Giulio Mozzi, ma una cosa fatta da lui".
Questo, rende le cose differenti?
Quando feci mettere l'indirizzo di casa sulla bandella del mio primo libro (e il mio indirizzo, fisico e di rete, c'è in tutti i miei libri - tranne in un Oscar Mondadori dove mi dissero sì e poi fecero no), non lo feci per (come sosteneva la mia amica Laura) "avviare un'operazione di rimorchio su scala industriale". Lo feci perché ero abituato a scrivere lettere, a rivolgermi a qualcuno, ad avere delle risposte. E lo feci perché mi accorgevo che i cosiddetti "scrittori" erano dei personaggi strani, assenti dall'elenco del telefono, più alti della media, circonfusi di luce, con i riccioli naturali ecc.; e invece io volevo essere percepito come una persona "realmente esistente". Quale modo migliore di farsi percepire come "realmente esistente", che dire: "Sono qui, qui mi trovate"?.
Io ho carne, ossa.
Sì.
In Nazione indiana, che è un blog (http://www.nazioneindiana.com) è in corso una discussione sui blog.
Tre interventi interessanti, finora, di Tiziano Scarpa, Alberto Bogo e Carla Benedetti.
La domanda che si fa Carla Benedetti, me la faccio anch'io; e me la faccio perché, da quando ho iniziato questo diario, in tanti mi hanno fatta la domanda contraria.
Mi hanno domandato: "Ma perché l'hai chiamato col tuo nome?".
(Mia risposta: "Perché lo faccio io; avrei dovuto chiamarlo albertosordi?").
Io mi domando: "Ma perché tutti questi pseudonimati?" (non solo nei diari, anche negli indirizzi di posta elettronica: perché mai Tarcisio Tozzi ha, per indirizzo di posta elettronica, lorsocheballa@genohe.it?).
D'istinto mi do due risposte:
- è per desiderio di proteggersi,
- è perché chi non è nessuno può, grazie allo pseudonimato, fingere d'essere qualcuno (e grazie all'anonimato, per contrappasso, si potrebbe fingere d'essere addirittura dio...).
Per "desiderio di proteggersi" intendo ciò di cui parla, in data 9 giugno, Alberto Bogo nel suo blog (http://www.upsaid.com/palomar/).
Mah.
Si potrebbe lanciare una campagna per l'outing dei blogger? E poi un'altra per trovare nomi italiani a queste cose?
Ho ricevuti gli auguri di compleanno da 2 persone via cartolina, da 3 persone qui nel diario, da 5 persone di persona, da 8 persone via telefono, da 23 persone via sms, da 41 persone via posta elettronica. In tutto fanno 82.
Tutte persone che conosco, più o meno (alcune le conosco veramente poco), tranne una, L*, che mi ha scritto per posta elettronica: "Non mi conosci ed è normale".
D'istinto, io penso che il vedersi di persona sia più "intimo" del telefonarsi, il telefonarsi sia più "intimo" del mandarsi sms, il mandarsi sms sia più "intimo" dello scriversi via posta elettronica. Non ho idea del grado di "intimità" fornito da questo diario (non mi ci sono ancora abituato). La cartolina (o il cartoncino spedito in una busta), corrisponde a un grado di "intimità" piuttosto fluttuante, secondo me: a occhio, direi che sta tra il vedersi di persona e il telefonarsi.
In effetti, non ho trovata una corrispondenza tra il grado effettivo di intimità effettiva (il grado di intimità che io ritengo esserci tra me e un'altra persona) e il grado di intimità che tendo ad associare al mezzo.
Sicuramente una persona mi ha telefonato per produrre l'illusione che tra me e lei (che è un lui) ci sia più intimità di quanta ce ne sia effettivamente (nessuna intimità) o di quanta potremmo (lui e io) desiderare che ce ne sia (per quanto mi riguarda, "nessuna intimità" è il mio giusto grado di intimità con questa persona).
Alcune persone hanno usato un mezzo poco intimo per trasmettere un messaggio molto intimo: è il caso di alcune lettere arrivatemi via posta elettronica. Curiosamente, il messaggio dal tono più intimo è arrivato da L*, la persona che non conosco: "ciao giulio, mi pare che oggi sia il tuo compleanno. ti auguro almeno una buona giornata. ti dedico la mia. [...] mi piacciono i compleanni delle persone che mi piacciono: pensare che quel giorno quella persona e' sbarcata sulla terra... percio' ecco la mia mail di augurio". Una lettera molto bella, direi, molto affettuosa. Molto "intima" perché poco formale e molto scritta, ma molto "intima" anche perché chiede nulla e offre molto: "per un giorno penserò a te", dice in sostanza la lettera (anche se io so benissimo che L* penserà a me nei limiti del possibile: avrà pur qualcosa da fare, a cui pensare, durante i 64.800 minuti secondi della giornata - calcolando 6 ore di sonno). Da notare che questa persona non mi ha offerto
Due tra le persone con le quali sono più intimo si sono dimenticate di farmi gli auguri. Non è certo grave. Ma perché una persona intimissima si scorda di dire semplicemente "auguri", e una persona assai poco intima mi scrive una lettera di cinquanta righe?
Teniamo conto di questo: può essere anche un caso. La mia vecchia amica Tale ha avuta una giornata pesante, ha litigato col marito, le è morto il gatto, si è fulminato il televisore, il latte era scaduto, il melone era insipido, le formiche sono ricomparse sull'acquaio: capisco che, se anche le sia venuto in mente, abbia avuta poca voglia di farsi viva.
Però...
No so bene da che parte dovrebbe andare, questo ragionamento. Potrei dire così: non riesco, in generale, a trovare una relazione precisa tra il tenore di intimità di una comunicazione e l'effettiva intimità esistente tra me e la persona che in quel momento comunica con me. Il compleanno e la consuetudine sociale degli auguri sono solo un tornasole: un caso in cui questa non-relazione risulta particolarmente evidente.
Mi domando quante persone abusino della mia intimità.
Quando sono andato a votare, domenica, sul muro della scuola c'era un manifesto che diceva: "ELETTORE, RICORDA", e sotto seguivano delle cose da ricordare. "Ma una volta", mi ha detto Pietro, "agli elettori, non si dava del lei?".
In effetti. (Massimo D'Azeglio, nelle prime pagine dei Ricordi, fa tutto un discorso per spiegare come sia assurdo dare del tu o del voi al lettore; e conclude dicendo [cito a memoria]: "signor lettore, io quindi le darò, italianamente, del lei").
Nella posta elettronica io tendo ad adeguarmi all'uso, quasi generalizzato, di darsi del "tu". A chi mi scrive con il "lei", talvolta rispondo con il "tu" brutale, raramente introduco la formula "potremmo darci del tu", in qualche raro caso rispondo con il lei (si tratta di fare un'ipotesi su come l'altra persona si vive la relazione con me - che magari comincia proprio con quella lettera).
Ci sono persone alle quali do (e dalle quali ricevo) il lei nei faccia-a-faccia, e il tu nella posta elettronica. Ce n'è anche un paio alle quali do (e dalle quali ricevo) il tu nei faccia-a-faccia, e il lei nella posta elettronica (uno di questi due, l'ho scoperto giusto oggi, non era ben sicuro che io mi gestissi da me la mia posta; perciò usava un lei prudenziale, per non incorrere nell'irritazione di una qualche segretaria... (detta una volta per tutte: mi faccio tutto da me, di queste cose; una segretaria, non saprei come mantenerla).
Il tale che mi ha telefonato, e mi ha tenuto mezz'ora al telefono, come se fossimo intimi, cosa che non siamo, io l'ho sentito come un'invasore. E, appena posata la cornetta, ho dimenticato l'intera conversazione. Mi ha fatto molto piacere, invece, la lettera di L*. Ma in verità è L* che mi ha invaso! Perché alla sua lettera ci ho pensato più volte, durante il giorno! Non è vero che L* mi ha dedicato la giornata! L* si è fatto dedicare una giornata da me! Sono ancora qui che ne parlo!
Posso/devo dire che L* ha abusato della mia intimità?
E in questo diario, qualcuno fa abusi? Forse io?
Mah.
Ciò detto: ringrazio chi mi ha augurato nel diario; mi ha fatto molto piacere. Gli anni sono, naturalmente, 43.
Sto ascoltando un cd promo dei Soluzione (www.soluzione.biz). Si chiama Ciliegia. Vabbè, sono amici miei. Però mi piace. Mi piace molto. Voglio dire, sulla musica io sono schizzinoso. Quello dei Soluzione è un pop fatto davvero molto bene. Un bel suono pieno, come si usa dire. E arrangiamenti che riescono a sorprendermi. Molta più variazione che ripetizione. Bene. Sono contento per loro. Spero che passino bene nelle radio, che trovino date da far concerti. Faccio partire il cd per la quinta volta.
A un mio amico che da dieci anni lavora part-time in una grande azienda della distribuzione (dove il lavoro part-time è l'ordinario, il full-time l'eccezione) è stata fatta, qualche settimana fa, la seguente proposta:
"Guarda, tu qui sei uno dei dipendenti più antichi. Hai ancora il contratto vecchio: a tempo indeterminato, con gli scatti di anzianità, gli orari rigidi di quattro ore a pomeriggio, eccetera eccetera. In somma, un'anticaglia. Sei l'unico che è rimasto a quella roba lì. In direzione ci fanno anche storie, per qusto. Bisognerebbe fare così: tu ti licenzi, stai un mese a casa così non c'è la continuità, e poi ti riassumiamo con un contratto a termine per un anno, quindi niente anzianità, sempre sedici ore ma flessibili, cioè ti diamo l'orario settimana per settimana, con possibilità di cambiarlo con preavviso il giorno prima, le quattro ore al giorno ma eventualmente separabili, tipo due al mattino e due al pomeriggio. Però in quel mese che stai a casa non ti paghiamo la liquidazione, e quando ti riassumiamo tu chiedi il riversamento nel contratto nuovo, così non dobbiamo cacciare i soldi. Eh, ti va? Così hai un contratto più moderno, ti togliamo via quella roba vecchia che hai adesso".
Per i suoi colleghi, il mio amico è un privilegiato. Se gli dicessero: "Caro nostro, dicci perché tu devi essere meno precario di noi. Facciamo le stesse cose, ma noi abbiamo orari peggiori e tu guadagni di più. Facciamo lo stesso lavoro, ma noi annualmente stiamo un mese a casa senza sicurezza di riaverlo, tu invece vai tranquillo col tuo tempo indeterminato".
Il padronato trae vantaggio da una guerra tra poveri in cui il non garantito combatte contro il garantito (o, se preferite, il più precario combatte contro il meno precario). L'incertezza diffusa è tale, che il non garantito non percepisce più (come avveniva trent'anni fa) il garantito come "uno che ce l'ha fatta, ad avere ciò che è giusto avere", cioè certi diritti, ma come "uno che pretende di avere un diritto di proprietà su qualcosa che deve restare libero", cioè sul lavoro.
Il referendum mette in piazza proprio questa guerra. Tutti coloro che hanno un lavoro fisso, andranno a votare "sì" per tutelare i loro diritti (o i loro privilegi). Non lo faranno per dichiarare la volontà di estendere ad altri i loro stessi diritti (o privilegi): e se diranno che lo fanno per quello, saranno scarsamente credibili.
Come atto di comunicazione (viviamo nella società della comunicazione, no?) questo referendum è pessimo.
Guerre tra poveri di questo tipo, ce ne sono già state. Negli anni recenti, ad esempio, nel settore meccanico, tra l' "aristocrazia operaia" (gli operai specializzati, con tanta anzianità, iscritti al sindacato e magari con cariche sindacali, ecc.) e i "nuovi" entrati in fabbrica con l'apprendistato, basse qualifiche, i contratti di formazione e lavoro, le agenzie di lavoro interinale.
A sud della mia città, nella Bassa Padovana, ci sono moltissimi piccoli mobilifici. Lì il lavoro nero è sempre stato la regola. Fino a pochi anni fa in numerose imprese, mi ricordo (ho lavorato sette anni in un'associazione datoriale), c'era un solo dipendente in regola: la ragazza che teneva i conti. Queste imprese, negli ultimi anni, si sono riempite di immigrati africani. Un amico sindacalista (della Cisl) mi ha detto pochi giorni fa: "I lavoratori africani, pressoché tutti non in regola, sono ormai tanti quanti i lavoratori italiani". Non per nulla in quelle zone la Lega raccoglie vagonate di voti: raccoglie i voti degli imprenditori, che vogliono gli africani ma non vogliono che gli africani abbiano diritti; e i voti dei lavoratori, per i quali gli africani sono i concorrenti più temibili.
Per questi ragazzi africani, il sindacato è un nemico peggiore del padrone. Perché loro capiscono benissimo: il sindacato vuole che loro abbiano diritti, quindi finirà con l'impedire che loro abbiano lavoro. E, al momento attuale, a loro importa molto più del lavoro che dei diritti.
Come modo per decidere, questo referendum continua a sembrarmi un pessimo modo.
Si può radicalizzare uno scontro solo se la propria parte è compatta. Qui abbiamo una radicalizzazione dello scontro attuata da una parte della parte meno compatta. Auguri e figli maschi.
Nel frattempo, il governo provvederà a ristrutturare completamente il mercato del lavoro, e la natura del lavoro stesso, per mezzo di una legge delega intitolata, per così dire, alla memoria di un rompicoglioni.
Il quale, vale la pena di ricordarlo, era stato chiamato a collaborare con il ministero del Lavoro da Tiziano Treu, ministro nel governo D'Alema.
Ieri sera sono andato a una festa. Un posto bello, un club con piscine e campi da tennis. Stavamo all'aperto, il buffet era sotto il salice, c'erano le sdraie. A una cert'ora è venuto anche un forte vento, di quelli che precedono il temporale: non abbiamo avuto il temporale, ma abbiamo avuto un po' di fresco.
La festa era per la pubblicazione del primo libro d'un ragazzo mio concittadino.
C'era un sacco di gente, tutti amici suoi di quando faceva l'avvocato, o di quando giocava a rugby, o di quando, che so, faceva questo o quello. Gente bella, già ben abbronzata, dalle voci forti.
Io, tecnicamente, lì, rappresentavo l'editore.
Sono arrivato puntuale, mi sono messo a un tavolino con Massimiliano e Vasco, e ho bevuto vino bianco. Un paio d'ore dopo ci hanno raggiunti Alberto e Umberto. Un altro paio d'ore dopo me ne sono andato.
Non sono adatto alle feste.
Si poteva comperare il libro, a un prezzo speciale. Tutti si sono buttati, e così c'erano questi che per tutta la festa hanno continuato a girare con il libro in mano, senza sapere bene che cosa farsene. Una tipa ne aveva comperate tre copie, continuava a mollarle in giro, su un tavolino o su una sdraia, e poi a ricordarsene all'improvviso e cercarle.
Vasco ha lette delle poesie sue, ma ha cominciato citando la più celebre poesia di Freak Anthony, intitolata Incomunicabilità: "Togliti le mutande che ti devo parlare". Vasco ha una grazia felicissima nel declamare le sue schiocchezze. Materiali verbali minimissimi diventano, nella sua voce e nel suo gesto, vera poesia. Nelle librerie a metà prezzo potete trovare ancora, con un po' di fortuna, il suo libretto Non urlare che mi rovini il prezzemolo, Studio Tesi. Lui è Vasco, Vasco Mirandola.
Il ragazzo al centro della festa, no l'ho quasi visto. Era sempre circondato dai suoi amici, specialmente quelli del rugby, tutti in maglietta rossa.
La decorazione della torta riproduceva la copertina del libro.
Ecco: non ho nessuna immagine precisa, di questa festa. Stavo lì, ma non c'ero. C'era un sacco di gente, ma non ho conosciuto nessuno. Era una festa importante anche per me, ma mi sono annoiato. Ero contento per il ragazzo che l'aveva organizzata, per il suo libro che è finalmente in libreria, per lui che con questo libro ha fatto un passo importante nella sua vita: e tutte le persone che gli giravano attorno mi sembravano mostruose.
A un certo punto l'hanno anche spogliato e buttato in piscina. I veri professionisti delle feste fanno così, mi hanno detto. Togliti le mutande che ti devo festeggiare.
Mah.
Devo andare a letto più presto.
Devo fare tutt'altro, ma passo un momento in libreria (c'è l'aria condizionata). Vedo sul banco della "critica letteraria" questo libro: Mirabiblia, catalogo ragionato di libri introvabili, di Paolo Albani e Paolo della Bella, Zanichelli (per i pignoli: 476 pagine e ben 36 euro). Lo sfoglio e m'imbatto, oggi 13 giugno, io che sono nato il 17 giugno, a pagina 17, in un libro immaginario inventato da me.
Il libro è regolarmente recensito, schedato, e c'è anche la riproduzione d'un frammento di testo. E', per i curiosi, Il pompino di Pamela, di Franco Brizzo. Un tomone, tra l'altro, di più di tremila pagine. Non so se sia un'opera della quale andare fieri, ma tant'è.
Fa sempre piacere, finire in un'enciclopedia. Continuo a sfogliare. Trovo libri assurdi, pazzeschi. Il guaio è che a pagina 221 ne scovo un altro, di libri inventati da me! Una raccolta di poesie di Lucio De Palma, Antiche spoglie (Cartolibreria Francavilla, Vernezze). C'è anche la foto della copertina, che non avevo mai vista.
Ma il meglio deve ancora arrivare. A pagina 263 c'è un signor schedone dedicato al Quotidiano di Padre Pio! Mi fa piacere, molto piacere, perché a suo tempo accolsi, in un mio libro, un accorato appello (d'una personalità che volle restare anonima) per, appunto, la pubblicazione d'un giornale quotidiano intitolato a Padre Pio.
Bene.
Quando ciò che fai entra nell'enciclopedia, anche in un'enciclopedia deliberatamente ed esplicitamente votata al censimento dell'inesistente, acquista molta più esistenza.
Sono molto grato ai due Paoli.
poesia sulla poesia scritta in mancanza di meglio vicino a Porto Recanati
Che cosa è meglio?
È meglio una poesia dove si capisce tutto?
È meglio una poesia con gli uccellini e il vento?
È meglio una poesia lunga quattrocento pagine?
È meglio una poesia dove ci sono dei personaggi?
È meglio una poesia che fa diventare tristi per due ore?
È meglio una poesia giapponese?
È meglio una poesia dove non c’è mai la lettera effe?
È meglio una poesia che a guardarla bene non sembra neanche una poesia?
È meglio una poesia che fa divertire i bambini?
È meglio una poesia scritta da un vero poeta?
È meglio una poesia con le parole antiche?
È meglio una poesia che si può leggere anche stando in pigiama?
È meglio una poesia d’amore scritta a pennarello sul muro della sala d’aspetto della stazione ferroviaria di Porto Recanati?
È meglio una poesia di Giacomo Leopardi?
È meglio una poesia che si può leggere all’incontrario e sembra uguale?
È meglio una poesia fatta con il computer?
È meglio una poesia che si può cantare come una canzone?
È meglio una poesia recitata ad alta voce in autobus mentre tutti fanno finta di non sentire?
È meglio una poesia che ho scritta io?
Che cosa è meglio?
[questa non è nuova, era in un mio libretto di tre o quattro anni fa].
Ma per voi che leggete, che cosa è meglio? Se pubblico i testi per intero nella pagina principale o se faccio i continua? Secondo me è meglio così, se pubblico i testi per intero nella pagina principale. Se invece ho proprio un testo lungo lungo, lo metto scaricabile (come ho fatto il 3 giugno).
Sono stato a Milano tutto il giorno. Sono passato in casa editrice, sono andato a trovare un vecchio amico, sono stato da altre due o tre parti.
Ho preso la metropolitana cinque volte.
In metropolitana c'era più caldo che in superficie.
Tutti cercavano di restringersi, rattrappirsi, per occupare meno posto ed evitare il contatto con gli altri. Tutti erano sudati e puzzolenti. Anche i giapponesi, che di solito. Anche gli africani, che pure dovrebbero essere.
Mah.
Anch'io ero sudato e puzzolente. Io sudo moltissimo sulla pancia e sulla schiena. Le mani no, però.
Tutti non facevano che parlare del caldo. Non ne posso più che mi si parli del caldo. Come se questo caldo dovesse impedire ogni altro pensiero, ogni attività.
Ho letto nel giornale che a Roma la temperatura minima notturna è stata di 24 gradi. Una termperatura altissima, per essere la minima notturna. Questa mattina alle 6, il termometro di casa mia (le finestre erano rimaste spalancate tutta la notte, naturalmente) segnava 31 gradi e 7.
Non so, forse dovrei scrivere a qualche giornale. Se questi sono i giorni più caldi del secolo, magari salta fuori che casa mia è la casa più calda d'Italia. Ci scappa un servizio su Teleserenissima o su TeleNordEst. Un quarto d'ora di notorietà.
Già nel 1992, nel cortile di casa mia fu per la prima volta individuata e classificata la zanzara tigre. Io non ero a casa, ero in giro, avevo una camera in una pensione, accendo il televisore per il Tg1 (allora guardavo ancora i telegiornali) e vedo inquadrato il cortile di casa dei miei. Poi inquadrano un entomologo (collega di mio padre, che è ittiologo), sempre nel cortile di casa mia, e questo qui spiega per bene che cos'è la zanzara tigre, che non si era vista mai in Italia.
Poi inquadravano anche una zanzara tigre, ingranditissima. E poi un avambraccio con il tipico segno della puntura della zanzara tigre (era l'avambraccio di mio padre, l'avambraccio sinistro).
Basta poco, a volte, per andare in tivù.
Basta, vado a fare una doccia fredda.
Il mio numero di telefono di casa, prima che lo dessero a me apparteneva a un'agenzia d'assicurazioni. Così succede che, ogni tanto, mi arrivi qualche telefonata assicurativa. Io spiego la cosa, dico che non sono quello che cercano, e do il numero nuovo di quell'agenzia (ce l'ho scritto su un post-it attaccato al telefono). Talvolta, invece, mi arrivano dei fax. Anche stamattina.
Era il fax di un avvocato, che mi intimava di procedere quanto prima a un pagamento. L'assicurato era un camionista dal nome slavo, incidentato da un altro camionista dal nome slavo. Il fatto risale a sei anni fa. La lettera dell'avvocato era piuttosto dura. Nell'intestazione del foglio c'era il numero dello studio, e ho telefonato. Non vorrei mai che mi arrivasse un decreto ingiuntivo a casa.
"Studio Tale", mi ha risposto la segretaria.
"Buongiorno", ho detto. "Mi chiamo giulio mozzi e ho appena ricevuto un fax da voi, indrizzato all'agenzia assicurativa Tale".
"Sì", ha detto la segretaria.
"Ecco", ho detto. "L'agenzia assicurativa Tale si è trasferita e ha cambiato numero di telefono. Se vuole le do l'indirizzo e il numero".
"Attenda", mi ha detto la segretaria.
Ho atteso. C'era la musichetta di Stand by me. Ho pensato che non è propriamente una musichetta da avvocati.
"Pronto", ha detto una voce maschile.
"Buongiorno", ho detto. "Parlo con l'avvocato Tale?".
"Sì", ha detto.
"Ecco", ho detto. "Ho appena ricevuto un suo fax. Solo che quel fax non era indirzzato a me".
"In che senso?", ha detto l'avvocato.
"Nel senso", ho detto, "che io ho un numero di telefono che fino a tre anni fa apparteneva all'agenzia assicurativa Tale. L'agenzia si è trasferita, ha cambiato numero di telefono, e il suo numero è stato dato a me. Vorrei darle il nuovo indirizzo e il nuovo telefono dell'agenzia assicurativa Tale".
"Ma il fax è arrivato a lei", ha detto l'avvocato.
"Sì", ho detto. "Ma io non sono il destinatario".
"Ma lei chi è?", ha detto l'avvocato.
"Mi chiamo giulio mozzi. Ma non ha importanza. Vorrei darle l'indirizzo e il telefono esatti dell'agenzia assicurativa che lei cerca".
"Ma lei", ha detto l'avvocato, "in che rapporti è con l'agenzia assicurativa Tale?".
"Nessuno", ho detto.
"E allora come fa ad avere il numero di telefono?".
"E' sull'elenco", ho detto. "Avendo ereditato il loro numero, c'erano parecchie persone, soprattutto all'inizio, che mi chiamavano cercando loro. Così mi sono informato".
"Non mi convince", ha detto l'avvocato.
"Problemi suoi", ho detto. "Vuole o non vuole il nuovo indirizzo e il nuovo numero di telefono dell'agenzia assicurativa Tale?".
"Me li dia", ha detto.
Gli ho dettato l'indirizzo e il telefono.
"E lei, scusi", ha poi detto l'avvocato, "di che cosa si occupa?".
"Sono uno scrittore", ho detto.
L'avvocato è stato zitto un po'. Poi ha detto: "Poteva inventarne una migliore".
"Mi spiace", ho detto. "E' così. Non so che farci".
"Senta", ha cominciato allora l'avvocato. "Sono anni che cerco di riscuotere ciò che è dovuto al mio cliente. Sono anni che scrivo, telefono, mando fax. Non ho mai ricevuta una risposta valida. Ultimamente, non ho proprio ricevuta nessuna risposta. Le lettere tornavano indietro".
"Certo", mi sono intromesso. "Perché l'agenzia assicurativa ha cambiato indirizzo".
"Questa commedia deve finire", ha detto l'avvocato.
"Sono d'accordo", ho detto.
"E allora?", ha detto l'avvocato.
"E allora", ho detto, "per piacere, telefoni all'agenzia assicurativa Tale, e parli con loro. Oppure gli scriva, ma gli scriva all'indirizzo giusto".
"Mi dia le sue generalità", mi ha detto.
"Non c'è nessuna ragione al mondo per cui io sia tenuto a dargliele", ho detto. "Avrei potuto appallottolare il suo fax e buttarlo via. Invece le ho telefonato, per agevolarla nel suo lavoro".
"Lei si rende conto delle conseguenze del suo rifiuto?", ha detto l'avvocato, alzando la voce.
"Sì", ho detto. "E lei, ce l'ha l'internet?".
"Sì", ha detto lui. "Perché?".
"Perché allora", ho detto io, "basta che lei controlli sul sito delle Pagine Bianche, e vedrà che il mio numero di telefono, quello al quale lei ha inviato il fax, corrisponde al mio nome: giulio, mozzi. Invece, il numero che le ho appena dato corrisponde all'agenzia assicurativa Tale. Inoltre, se mette il mio nome e cognome in un motore di ricerca, si renderà conto che non le ho mentito sulla mia professione".
"Mi sta facendo un lei non sa chi sono io?", ha detto l'avvocato, irritatissimo.
"Sì", ho risposto. "Lei non sa chi sono io. E se glielo dico, non mi crede. Tanti saluti". E ho messo giù.
Cinque minuti dopo, via fax, mi sono arrivate due righe di scuse, molto formali.
Ecco a cosa serve l'internet.
E' impossibile vedersi, scriversi, sentirsi al telefono, in questi giorni, senza parlare del caldo. Tutti dicono: "Che caldo!". In due mi hanno detto stamattina: "Questo pomeriggio, quando ho finito al lavoro, vado a comperarmi un pinguino!".
Pinguino sarebbe il nome, suppongo debitamente registrato, di un condizionatore prodotto dalla De'Longhi; anzi, di una intera linea di prodotti. Ma pinguino è un nome troppo bello, troppo giusto: è impossibile proteggere un nome così, impedire che diventi una "parola comune". Così sento dire cose tipo: "Mi prendo un pinguino, ma non quello della De'Longhi che costa troppo".
Poi c'è il pinguino del Linux.
Il mio vicino C* aveva (adesso non ha più: ha una certa età, sta in pensione, si gode i nipotini) un carretto, che piazzava ogni giorno nella piazza del mio quartiere. Vendeva biancheria, soprattutto da donna; soprattutto calze, credo. Arrivava verso le sette e mezza, tirava il carretto stando tra le stanghe; si piazzava lì e faceva i suoi primi affari con le ragazze dell'istituto professionale femmilile. Ogni giorno gli passavano davanti milleduecento ragazze, prima tra le sette e mezzo e le otto e mezzo di mattina, poi, più sparpagliate, tra l'una e le cinque. Di calze, credo, ne vendeva. Noi lo chiamavamo Pinguino, perché aveva il naso a becco e tutto un modo pinguinesco, molto pinguinesco, di stare impettito.
C'era un gelato sullo stecco, se non sbaglio, un ricoperto al cioccolato, che si chiamava pinguino.
Una volta, non so più ben quando, ma sarà tre o quattro anni fa, e non so ben perché, nel senso che non mi ricordo che cosa ci ero andato a fare, a Chieti cenai, con una ragazza simpatica che no ho più rivisto, in una trattoria che si chiamava: I Pinguini. Al tavolo ci ha serviti un bellissimo giovanotto non esattamene in frac, ma in somma dotato di due belle code sulla giacca e di uno sparato immacolato. Ho portata anche a casa, ma non ce l'ho più, la bustina di zucchero con il nome, l'indirizzo, e due bei pinguini.
C'era un bel fumetto, nel Giornalino (ottimo settimanale delle Edizioni San Paolo) in cui due poliziotti risolvevano tutti i casi. Il loro capo, quando voleva minacciarli di punizione (i due, in effetti, inizialmente apparivano piuttosto imbranati; poi, man mano che la storia progrediva, si rivelavano sempre più geniali), diceva loro: "Se non mi trovate chi è stato entro una settimana, vi mando al Polo Sud a contare i pinguini!". Che, notoriamente, sono tantissimi; e soprattutto, come si fa a distinguere un pinguino già contato da un pinguino ancora da contare?
Ieri sera, passando davanti a un negozio della catena Prémaman, ho vista nella vetrina una bella immagine: spalle contro spalle, appoggiati l'uno all'altro, una bella mamma incinta e un pinguino (una pinguina, presumo) con la pancia tonda.
Ho sempre pensato, e so di non essere il solo, che i pinguini si chiamassero così a causa della loro pinguedine. Scopro adesso, consultando il Dizionario etimologico di Cortelazzo e Zolli (Zanichelli), che "pinguino deriva dal francese pinguoin (1598), a sua volta derivante dall'olandese pinguin, d'origine sconosciuta". La pinguedine non c'entra niente.
Mah.
Nunzio scrive, in un "commento" alla nota "Piccoli editori": "Suggerimento per gli editori piccoli o grandi che siano... pubblicare libri con trenta autori a libro per divulgare dei buoni autori è un modo di dar loro visibilità insomma antologie di racconti uno per genere noir, fantasy horror etc etc".
Sarebbe bello se fosse vero. Ma non è vero.
Quante sono le raccolte di nuovi autori che, negli ultimi vent'anni, sono effettivamente servite a questo scopo?
A parte quelle di Pier Vittorio Tondelli, naturalmente.
Io ho curata un'antologia, insieme a Silvia Ballestra: Coda. Undici "under 25" nati dopo il 1970 (Transeuropa 1997). Dei "giovanissimi" ivi pubblicati, tre hanno poi fatto dei libri: Simone Battig (Fuck Vitalogy Today, per Theoria, quando io lavoravo a Theoria; e Sul nulla, sempre per Theoria, quando io non ci lavoravo più); Marco Mancassola (Il mondo senza di me, per Pequod); Davide Bregola (Racconti felici, per Sironi, dove attualmente lavoro). Coda si riallacciava dichiaratamente al progetto "Under 25" di Pier Vittorio Tondelli. Dei testi pubblicati in Coda, quelli di Mancassola e di Bregola erano sicuramente i più "tondelliani". E infatti Mancassola ha pubblicato per Pequod, casa editrice che ha in una certa misura "ereditato" la "poetica editoriale" di Transeuropa (cioè, in buona misura, di Tondelli; senza voler fare torto a Massimo Canalini, ossia a mr. Transeuropa), e Bregola, un paio d'anni fa, ha vinto proprio il premio Tondelli. Come dire: ciò che ha funzionato, è stato soprattutto l'effetto Tondelli, se così si può chiamarlo.
Altre antologie? Non mi si parli di Gioventù cannibale: lì c'era un progetto d'una casa editrice, e l'antologia serviva per aprire la strada ad alcuni autori che avevano già un contratto, in qualche caso avevano già pubblicato, o avevano già una carriera avviata per conto loro come sceneggiatori, cabarettisti televisivi ecc. Nessuno, in somma, è "partito" da Gioventù cannibale.
E poi?
Le antologie di poeti sono tutto sommato più "redditizie": producono un poco di visibilità. Ma comunque dentro il mondo minuscolo della poesia italiana, cioè un mondo nel quale il numero di copie spedito in omaggio supera quasi sempre il numero di copie vendute... E spesso il libro non va nemmeno in libreria, perché mandarlo in libreria è del tutto inutile. Cioè: quello della poesia non è un "mercato pubblico".
Non so.
Posso dire che generalmente i volumi collettivi vendono assai poco. Se Baricco, Camilleri, Faletti e Mazzantini vendono moltissimo, sono pronto a prevedere che un libro con testi di Baricco, Camilleri, Faletti e Mazzantini venderebbe assai poco. E se gli autori non sono famosi come Baricco, Camilleri, Faletti e Mazzantini, figuriàmoci! [Questo è un esempio ipotetico; in realtà vale quel che vale, ossia nulla].
Non parlo poi delle raccolte pubblicate da piccoli editori. Io mando avanti da anni un concorso di racconti con l'Arci di Padova (il bando è qui) che si conclude ogni anno in un piccolo volume con dieci/quattordici racconti. Noi lo mandiamo anche in giro, questo volume. Ma che serva effettivamente a "rendere visibile" un autore, ne dubito assai.
Qualche giorno fa ho comperato un grosso libro di storia della filosofia, intitolato Da Hegel a Nietzsche. Ieri comincio a leggerlo. Passo la prefazione, e mi trovo subito oltre pagina 100. Controllo: non mi sbaglio. Il libro è guasto (o fallato; anche l'idioletto dei librai ha i suoi dialetti).
Quando esco, alle sette del pomeriggio, me lo metto in borsa e passo in libreria. Nella zona della saggistica c'è una ragazza nuova. Le porgo il libro e dico: "Guardi, ho comperato questo libro qui, ma come vede è guasto. O fallato". Lei prende il libro e mentre ci guarda mi dice: "Ha lo scontrino?". Io dico: "No". Lei trova il punto guasto, o fallato (ho piegata a metà la pagina, come fanno tradizionalmente i librai; ho lavorato in libreria anch'io, sette anni) e dice: "Dovrebbe avere lo scontrino". "Ho la vostra tessera", le dico, "sono un cliente abituale". Le dice: "Per me tutti i clienti sono uguali", e mi restituisce il libro.
Io naturalmente sono andato da un'altra commessa e in un attimo ho cambiato il libro.
*
Alla libreria non costa nulla, sostituire un libro guasto (o fallato). Anche l'avessi comperato altrove, per la libreria non c'è alcun aggravio di costi. Come peraltro è logico che sia: chi deve pagare, per quel libro con un errore di legatura, è la legatoria.
Io non ho chiesto alla prima commessa un trattamento di favore.
Certo: non potevo provare di avere acquistato lì, quel libro. O meglio: avrei potuto provarlo, credo, per mezzo della tessera. Ogni volta che faccio un acquisto, la cassiera passa la mia tessera in un lettore; e mi vengono attribuiti dei punti. In base a questi punti posso avere negli sconti. Sullo scontrino vengono stampati: i titoli (e i prezzi, ovviamente) dei libri che ho acquistati; il mio numero di tessera; i miei punti. Da qualche parte, nella banca di dati della catena di librerie, ci sarà modo di incrociare le informazioni e di provare che io ho effettivamente acquistata una copia di Da Hegel a Nietzsche, in data tale (mercoledì scorso, mi pare).
*
La richiesta della prima commessa, di vedere lo scontrino, era legittima? Non so, mi sono sentito come se me l'avesse chiesto Grande Fratello in persona.
Mah.
Tiziano Scarpa mi scrive, in un "commento" alla nota precedente: "Giulio, per curiosità: ma tu fai parte della giuria del Campiello? O ti invitano alle cene per darsi lustro? Anch'io ti domando: che ne pensi della selezione di quest'anno? (per quel che vale). Sei contento che c'è un professore universitario?". Gli rispondo qui.
No, non faccio parte della giuria del Campiello. Ero lì, sabato mattina, alla selezione, perché il Tullio Avoledo era in lizza con il suo "Elenco telefonico di Atlantide". E in effetti ha anche avuti, al primo giro di votazioni, quattro voti.
La cena del venerdì sera era sostanzialmente una cena di uffici stampa. Io del Campiello non sapevo nulla, non avevo idea se fosse una cosa alla quale partecipare o no, non conosco le regole di cortesia di questi universi. Nel dubbio, sono andato.
Della selezione di quest'anno non so che cosa pensare, perché su cinque libri ne ho letto uno solo: e mi è sembrato assai brutto ("Come prima delle madri", di Simona Vinci).
E' interessante il metodo di votazione. La giuria, composta da nove persone, deve designare cinque libri. Dunque. Alla prima votazione, ogni giurato dichiara (a voce alta) cinque libri. Quei libri che, al primo colpo, ricevono almeno cinque voti, entrano in cinquina. Sabato scorso, ad esempio, due libri hanno avuti cinque voti subito al primo colpo.
E' da notare che ogni giurato dichiara i voti a voce alta, in ordine alfabetico a partire dal giurato il cui cognome è alfabeticamente successivo a quello del presidente. In sostanza, si fa in modo che il presidente voti per ultimo. Ora, con questo sistema il voto di ciascun giurato è influenzato dal voto dei giurati precedenti. In un'elezione politica o amministrativa sarebbe inammissibile (e infatti è vietato pubblicare gli exit-poll prima della chiusura delle urne). E il voto del presidente è contemporaneamente: a. decisivo, perché vota per ultimo; b. il più influenzato, perché vota per ultimo.
Torniamo a sabato. Dopo la prima votazione, quindi, c'erano due libri in cinquina. Allora il rito si è ripetuto: solo che ogni giurato ha votato, sempre a voce alta in ordine alfabetico ecc., tre libri. Alla seconda votazione, se non ricordo male (perdonami, Tiziano, ma non ho presi appunti...), nessun libro ha presi cinque voti. Nulla di fatto.
Alla terza votazione, Simona Vinci ha presi sette voti, ed è entrata nella cinquina. Alla quarta votazione un quarto libro è entrato in cinquina. Alla quinta votazione, finalmente, anche il quinto libro è stato sistemato.
Il meccanismo è interessante. In sostanza, all'inizio un giurato può dare anche dei voti un po' "rischiosi": tanto, facilmente vanno dispersi. Ad esempio, Panzeri ha votato all'inizio, due volte, per Cristiano Cavina. Un voto "impossibile": troppo giovane, troppo "estraneo alla cultura del Campiello" il suo libro (me l'ha detto un giornalista), troppo trascurabile l'editore (Marcos y Marcos). Ma Panzeri, finché si votava per cinque o tre libri, ha votato Cavina. Un voto della bandiera. Un segnale. Niente di più. Ma, come segnale, dotato di un senso.
Nel proseguire della votazione, il giurato ha a disposizione sempre meno voti. Quindi li dà via con molta più oculatezza.
Che cosa è successo dunque, in questo gran votare e rivotare? E' successo che i giurati, pian pianino, un po' mettendosi d'accordo e un po' no, si sono spostati verso "valori consolidati" e verso una "giustizia distributiva". Difatti, i due esordienti che all'inizio avevano avuto un certo consenso (Avoledo e Bonanno), progressivamente hanno perso voti: mentre hanno tenuto i loro voti, e magari li hanno aumentati, autori con "un passato alle spalle" (e con "un editore alle spalle": non nel senso che vi siano compiacenze eccetera; per parlare di questo, dovrei sapere; ma in somma, mi pare del tutto naturale, per persone come i giurati del Campiello, che il nome Einaudi eserciti più attrazione del nome Marcos y Marcos o del nome Sironi).
Se si vuole, è paradossale che di tre autori che alla prima votazione avevano ricevuti quattro voti (Avoledo, Covacich, Vinci), solo uno sia entrato in cinquina. E' paradossale anche che Giuseppe Montesano sia entrato in cinquina al primo colpo, con cinque voti, mentre Vinci è entrata in cinquina al terzo colpo, ma con sette voi. Non si capisce se la giuria sia "più d'accordo" su Montesano o su Vinci.
E' paradossale anche, se si vuole, la logica della "giustizia distributiva". C'erano due libri Mondadori che "si facevano vedere": il romanzo di Alajmo e quello di Covacich. All'inizio aveva più voti Covacich. Poi la bilancia si è sbilanciata, appena appena, verso Alajmo. Al giro dopo Covacich ha persi tutti i suoi voti. Perché? Perché, certamente, "farebbe brutto" se su cinque selezionati ci fossero ben due mondadoriani... E difatti, i cinque selezionati sono pubblicati ciascuno da una delle cinque grandi case editrici (in realtà Mondadori ed Einaudi appartengono allo stesso gruppo; ma un "due su cinque" attraverso il doppio marchio è più tollerabile; in fin dei conti, il gruppo Mondadori è ampiamente sottorapresentato - rispetto alla sua posizione sul mercato).
Adesso cerco di finire.
Il sistema di votazione del Campiello è congegnato in modo da:
- riprodurre, pur in una votazione pubblica, dinamiche simili a quelle che si producono nelle discussioni a porte chiuse; dove talvolta si finisce per votare non tanto per chi piace (ma non ha speranze) ma per chi spiace meno (ma ha speranze, e tiene fuori quello che ci spiace ancora di più).
- evitare la "indicazione" da parte della giuria di un "favorito", grazie al paradosso di cui dicevo prima: Montesano passa al primo turno, ma Vinci ha più voti: quindi la giuria non "indica" né Montesano né Vinci come "favoriti".
- favorire la distribuzione dei selezionati tra più case editrici.
- favorire la scelte meno rischiose, ossia gli autori più noti o con un certo cursus honorum alle spalle.
Questo metodo di votazione può sembrare assurdo. A me è sembrato molto spettacolare (c'era molta tensione; vabbè, io ero implicato). Sarebbe ancora più spettacolare se i giurati si incontrassero sul palco per la prima volta (ma in una società letteraria come la nostra, è impensabile; e forse anche in una non come la nostra).
Giudizio personale finale: mi dispiace molto che sia rimasto fuori il romanzo di Mauro Covacich, A perdifiato, Mondadori. Mentre sono contento che il "mio" Avoledo abbia preso qualche voto (nemmeno per un istante ho pensato che potesse passare). Mauro aveva tutto: un romanzo bello, un cursus honorum alle spalle, un editore grande.
Mah.
Ogni volta che mi trovo a parlare con altri "piccoli editori" (con Giorgio Pozzi di Fernandel, ad esempio, che conosco abbastanza; o l'altra sera con Marco Zapparoli di Marcos y Marcos, che conosco appena) ho una sensazione molto confortante: di avere che fare con degli amici, dei "colleghi", non certo con dei concorrenti. Di ogni cosa buona che succede loro io sono contento; e loro sono contenti di ogni cosa buona che succede a me e a Sironi. Bene. Invece quando parlo con qualche funzionario delle Grandi Case, magari persone degnissime e intelligentissime e personalmente onestissime...
Bene, quando parlo con qualche funzionario delle Grandi Case, magari persone degnissime e intelligentissime e personalmente onestissime, io - idealmente - indosso l'elmetto e le mutande di ghisa. Ci sono persone personalmente onestissime che, nel ruolo aziendale, fanno cose terribili.
Vabbè: ci ho la sindrome di Peter Pan, mi hanno detto. Pazienza.
Dunque: giovedì ero a Milano, a lavorare da Sironi. La sera sono stato a Vercelli, per la presentazione d'un libro. Ho dormito lì. Venerdì mattina sono tornato a Padova. La sera sono andato a Vicenza per una cena del Campiello. Sono tornato a Padova verso mezzanotte. Sono andato a ricuperare l'Umberto, che usciva proprio allora da un incontro con un'associazione di appassionati della lettura. Aveva parlato con loro del suo libro. Con l'Umberto e alcuni appassionati siamo stati un paio d'ore a chiacchierare in piazza. Il mattino dopo ero con l'Enrica di nuovo a Vicenza, per la selezione del Campiello. Sono tornato a casa alle due (del pomeriggio). Alle quattro sono partito per Crema, dove sono arrivato alle sette e mezza. A Crema c'è un piccolo festival letterario, che si chiama Squilibri, e continua anche la settimana prossima (il programma è qui). Ho partecipato a una tavola rotonda con Filippo Laporta (critico), Marco Zapparoli (cioè l'editore Marcos y Marcos) e Cristiano Cavina (pubblicato da Marcos y Marcos: ragazzo meraviglioso, il libro lo leggo in questi giorni). Dopo la tavola rotonda si è cenato alla buona in un posto all'aperto. Abbiamo fatto le due e mezza. Ho dormito in agriturismo. Mi sono svegliato alle sei. Sono tornato a Padova. Ecco.
In giorni come questi, mi succedono un sacco di cose. Eppure, faccio fatica a ricordarmele, a raccontarle. C'è troppa confusione. In realtà non sono giorni così "pieni": in mezzo ci stanno parecchie ore di treno, ad esempio, nelle quali sto tranquillo, leggo, studio. Eppure l'effetto è quello di un sovraccarico. Sarà per le pochissime ore di sonno. Anche oggi mi sono alzato assai presto, per finire un lavoro che doveva essere finito per oggi alle otto (di mattina). E che non mi è neanche venuto tanto bene, purtroppo.
Bisogna che succedano meno cose, perché si possa raccontare qualcosa. Oppure bisogna che passi la frenesia. Una delle due.
Sono a casa per pochi minuti. Rientro ora da Vicenza (selezione del premio Campiello). Devo partire per Crema (una tavola rotonda dei piccoli editori, all'interno di un festival letterario).
A Vicenza, esco (con Enrica Brambilla) dal portone del palazzo campiellesco. Sul portone è attaccato con le puntine un manifestino del Campiello. Serviva per capire che il posto è lì.
Una signora ci ferma. Dice: "Com'è questo premio letterario, interessante?". Noi diciamo: "E' finito ora". "Ah, peccato", dice la signora, "ma che scrittori c'erano?". Noi diciamo: "Non c'erano scrittori. C'erano critici, giornalisti, editori. Dovevano selezionare i finalisti". La signora ha detto: "Ah, allora è meglio il festival di Mantova". Noi siamo andati a prenderci un gelato: tutto yogurt per me, yogurt melone e fragola (mi pare) per l'Enrica.
Vado, sennò perdo il treno.
Oggi non ho parlato quasi con nessuno. In treno, a parte gli scambi con la signora che doveva scendere a Vicenza, mi sono fatto i fatti miei. A casa sono da solo. Il telefono ha suonato poco. Anche la posta elettronica era scarsa (a parte i circa 50 messaggi "depurati" da Libero&Sicuro, che qui si ringrazia). Però un sacco di sms.
Oggi è venerdì, certo. Il venerdì, il telefono sta sempre abbastanza tranquillo. Però avevo notato, martedì scorso (che, essendo lunedì festa, contava come un lunedì) che il telefono stava zitto zitto: mentre per posta elettronica m'ha scritto un sacco di gente. Mercoledì, invece: telefono a go-go, posta elettronica quasi a zero.
Mah. Evidentemente, ci sono giorni in cui si sente di più l'urgenza (e allora si telefona), o si ha tanto da fare (e allora si fanno sms), o si vuole essere più distesi (e allora si fanno e-mail)... Ma non è vero. Perché c'è chi mi telefona per un sì e/o un no (bastava l'sms), chi mi scrive e-mail oscure che avrebbero meritata una telefonata...
Non so. Mah. Devo scrivere un articolo. Mo' mi ci metto.
Stanotte ho dormito a Vercelli. Alle 8.03 ho preso il treno per Padova, via Milano. A Milano si siede accanto a me una signora sulla sessantina con un sacco di borse. Partiamo. Io ho il mio computer portatile aperto, sto scrivendo una cosa sulla morte.
Quando il treno rallenta per entrare a Brescia, la signora mi dice: "E' Vicenza, questa?".
Le dico: "No, signora, questa è Brescia. Il treno fermerà poi a Desenzano, Peschiera, Verona, San Bonifacio, e finalmente Vicenza".
"Lo so", dice la signora, "arriva a Vicenza alle undici e qualche minuto".
Quando il treno rallenta per entrare a Desenzano, la signora mi dice: "E' Vicenza, questa?".
"No", le rispondo, "è Desenzano".
Quando il treno rallenta per entrare a Peschiera, la signora mi dice: "E' Vicenza, questa?".
"No", le dico, "è Peschiera".
Quando il treno rallenta per entrare a Verona, la signora mi dice: "E' Vicenza, questa?".
"No", le dico, "è Verona".
Quando il treno rallenta per entrare a San Bonifacio, la signora mi dice: "E' Vicenza, questa?".
"No", le dico, "Vicenza è la prossima; c'è ancora un quarto d'ora almeno".
La signora mi dice: "Grazie", e comincia a spostare tutte le sue borse. E' rimasta in piedi un quarto d'ora sulla piattaforma, e poi è scesa a Vicenza. Io sono sceso a Padova.

Ieri, stavamo facendo delle fotografie a Marco. Marco tra pochi giorni pubblicherà un libro: le foto serviranno per la campagna stampa. A Marco non piace molto farsi fotografare. La sua faccia non gli piace. A un certo punto ha detto: "A quarant'anni, uno è responsabile della sua faccia".
Conoscevo questa frase fatta. Il problema è che Marco non ha quarant'anni. Io invece ne ho quasi quarantatré. La faccia qui sopra non è una mia faccia di oggi. E' una mia faccia di due anni fa: una faccia dei miei quarant'anni.
Mi domando quali siano, di preciso, le mie responsabilità
Sono dal tabaccaio. Devo comperare un blocchetto di biglietti per l'autobus. C'è un signore davanti a me che ha una ventina di schedine. Non so se è totocalcio, enalotto, superenalotto, totip. Non ci ho mai capito niente.
Finalmete il signore finisce. Paga 189 euro. Se ne va.
La tabaccaia mi dice: "Desidera?". Io dico: "Un blocchetto di biglietti per l'autobus". La tabaccaia mi guarda. "Un blocchetto?", mi dice. "Sì", dico, "un blocchetto da dieci biglietti. Quello da otto euro". "Ah", dice la tabaccaia, "un carnet". "Sì", dico io, "un blocchetto, un carnet, lo chiami come vuole". "Si chiama carnet", dice solennemente la tabaccaia. "Ne vuole uno?". "Sì", dico sospirando, "uno da otto euro". "Da dieci biglietti", precisa la tabaccaia. "Sì", confermo, "da dieci biglietti". Me lo mette sul banco. "Otto euro", dice. Le metto otto euro nella vaschetta: cinque, due, uno. "Grazie", dico. La tabaccaia non dice niente.
Esco. Vado alla fermata. L'autobus arriva quasi subito. Salgo a bordo e, felice di vivere nel 2003, oblitero il mio titolo di viaggio nell'apposita macchinetta obliteratrice. Mi siedo. Ci sono solo due signore con la spesa, oltre a me. L'autobus è uno di quelli che dal centro, dalle piazze dove c'è il mercato, vanno verso la periferia. Alla seconda fermata sale un controllore. Le signore esibiscono l'abbonamento. Il controllore arriva da me, guarda il mio biglietto e mi dice: "Questo ticket è stato obliterato due giorni fa". Io dico: "L'ho timbrato adesso". Il controllore dice: "Il timbro è di due giorni fa", e mi fa vedere il biglietto. La data infatti è del due giugno. "Ma il due giugno gli autobus non correvano", dico io. "Era festa". Il controllore esita brevissimamente. "Comunque", dice, la data non è quella di oggi. "Facciamo un controllo", dico io. "Giusto", dice il controllore. Si avvia alla macchinetta con il mio blocchetto in mano. Timbra il biglietto dalla parte rovescia, dove c'è la pubblicità. Legge. "Ha ragione. L'obliteratrice ha la data disaggiornata". Va all'altra macchinetta, quella posta in coda, stacca il biglietto, lo timbra sulla coda, e dice: "Questa però funziona". Mi restituisce il blocchetto con i nove biglietti residui. Tira fuori un blocco dalla borsa a tracolla, scrive, e poi mi dice: "Firmi qui", mettendomi il blocco sotto il naso e porgendomi la penna. Io leggo. Dico: "Scusi: l'ha visto anche lei che la macchinetta non funziona". "Quella dietro sì", mi ha detto lui. Non ho firmato. Mi ha chiesto i documenti. Ha verbalizzato il mio rifiuto. Ho firmato il verbale. Adesso vedremo.