31.05.03
Indirizzo
Suona il telefono. Rispondo. Un tipo mi chiede il mio indirizzo. Gli chiedo chi è. Non mi risponde. Dice che ha bisogno del mio indirizzo. Dice che il mio nome gli è stato fatto da Tizio (un nome che non riconosco e non ricordo).
Dice che Tizio gli ha dato il mio telefono, ma lui ha bisogno del mio indirizzo. Gli chiedo a che cosa gli serve il mio indirizzo. Lui ha un momento di perplessità. Mi chiede se sta veramente parlando con me. Gli dico di sì. Ne approfitto per chiedergli chi è, lui. Mi dice: "Mi scusi, non mi sono presentato. Mi serve il suo indirizzo". Osservo che, nello scusarsi, ha ancora omesso di presentarsi. Mi dice: "Non capisco". Gli dico: "Guardi, se non ha voglia di dire chi è, faccia pure. Ma se non mi dice chi è, lei, io, il mio indirizzo, non glielo do". Mi dice che non mi faceva così stronzo, e sbatte giù il telefono. Mi chiamava sul numero
di casa. Io sono sull'elenco. Bastava che guardasse su paginebianche.it, o che chiamasse la Telecom. Non credo che lo farà. Quando dico che il mio nome è sull'elenco del telefono, parecchi non mi credono. Così come parecchi credono che io abbia una segretaria che mi fa la posta. O al limite un segretario. Un conoscente mi ha scritto: "Ho visto che hai messo su un blog, bravo. Chi è che te lo fa?". Io gli ho scritto: "Me lo faccio da me, tonto. Non vedi che ho perfino sbagliato a scrivere il mio nome?". [in alto a sinistra]
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09:39
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30.05.03
Telefono
Sono a casa. Mi chiamano al telefono portatile.
"Buongiorno, professore, qui è il premio M*. Il numero del suo portatile ce l'ha dato il professor R*".
"Sì, mi dica. Sono giulio mozzi. Ma non sono un professore".
"Lei è uno scrittore, quindi per me è come un professore".
"Come vuole. Mi dica".
"Abbiamo il problema di trovare l'editore Sironi".
"Sta a Milano. Vi posso dare l'indirizzo e tutto. Perché lo cercate?".
"Ci serve l'indirizzo".
"Va bene, ve lo do. Perché lo cercate?".
"Lei sa l'indirizzo?".
"Come no, ci lavoro. Mi può dire perché cercate l'indirizzo di Sironi?".
"Magari un numero di telefono, anche".
"Sì, vi do tutto, può scrivere?".
"Certo".
Do l'indirizzo, il telefono, i nomi delle persone. Poi dico:
"Mi può dire perché cercate l'editore Sironi?".
"Abbiamo qui un suo libro, segnalato per il premio".
"Mi può dire di che libro si tratta?".
"E' una cosa riservata".
"Ma io sono il curatore della collana".
"Allora glielo posso dire. E' Viaggio al creatore, di Franco Arminio".
"Ma no, si chiama Viaggio nel cratere".
"No, qui c'è scritto: Viaggio al creatore".
"E' un libro sul terremoto dell'Irpinia. L'ho pubblicato io. Vuole che non sappia come s'intitola? S'intitola Viaggio nel cratere perché il protagonista esplora i paesi della zona terremotata, metaforicamente: il cratere".
"Dica quello che vuole. Qui c'è scritto: Viaggio al creatore".
"E' sbagliato".
"Guardi che in quel terremoto è morta tanta gente. Quindi anche Viaggio al creatore ci può sare, sa".
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17:00
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Dormi?
Il messaggio delle sette e trentaquattro dice: "Dormi?". No, non dormivo, ero sotto la doccia. Ci vedremo più tardi. Con le persone amiche si possono prendere appuntamenti a orari bizzarri: le sei o le sette di mattina, mezzanotte, le quattordici e zerocinque.
Gli amici mi telefonano, il più delle volte, la mattina prima delle dieci. Sanno che dopo le dieci il mio telefono comincia a suonare per lavoro. In effetti, di solito io alle sette sono già seduto al tavolo che lavoro; nei mesi caldi, anche alle sei. Così c'è una zona della mia giornata in cui faccio il lavoro mio, più mio, e in quella zona gli amici sanno di potermi telefonare e trovare; e c'è una zona della giornata in cui faccio il lavoro di cui campo, nella quale gli amici non mi telefonano (e mi telefonano tutti gli altri, naturalmente). Non che il lavoro di cui campo sia un brutto lavoro. Tutt'altro. E' che in quella zona della giornata gli amici non osano entrare. Tra le sette e le dieci scrivo i miei racconti, e gli amici non si fanno scrupolo di interrompermi (il che a me fa piacere). Tra le dieci e le sette (di sera) mi occupo di libri altrui, di conferenze, di revisioni, di laboratori, e chiunque (tranne gli amici) si sente in diritto di interrompermi. Avere un lavoro cosiddetto creativo, in sostanza, non modifica i tempi del lavoro. All'incirca. Non so se è di questo che volevo parlare.
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09:38
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No
Oggi ho detto di no. A una persona più anziana di me. Un serio professionista. Gli ho telefonato e gli ho detto: "No, guardi: la sua proposta non ci interessa". Quanto contasse per lui quella proposta, posso immaginarlo.
Che cosa posso farci? Anche a me è stato detto di no. Un certo numero di volte. Curiosamente: nelle occasioni in cui la cosa era più importante per me, la risposta è stata no. Sto parlando di libri, che sono il mio mestiere. Era la seconda volta, tra l'altro, che dicevo di no a questa persona. Gli ho detto di no dall'alto: un no viene sempre dall'alto. Io potrei accettare la sua proposta, ma non l'ho accettata. Perché? Perché il suo libro non mi piace. Perché non sono capace di crederci, a quel libro lì. Perché non l'ho nemmeno stampato, me lo sono letto - scorso, in verità - da cima a fondo in un'ora, a video. Non ho provato nessun desiderio di stamparlo. Non ho provato nessun desiderio di leggerlo tutto, parola per parola. Innegabilmente, c'erano delle cose interessanti. E allora? "State perdendo un'occasione", mi ha detto. Può darsi. Ma bisogna pur scegliere. E' sempre un gesto presuntuoso, supponente, dire sì o no. Si può sbagliare. Avrò sbagliato? No, credo di no.
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01:20
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28.05.03
Ventiquattro
Oggi alle sei e mezza del pomeriggio, uscendo dalla Upim, ho incontrata la mia insegnante d'italiano del liceo. Mi era molto simpatica allora, e anche adesso. Ho finito il liceo nel 1979, quindi ventiquattro anni fa.
Lei era un'insegnante giovane e ardita. Oggi è nonna di cinque nipoti. Non avrei fatto male, forse, ventiquattro anni fa (o giù di lì), a fare la corte a una delle sue tre figlie. Penso che a lei non sarebbe dispiaciuto. Alle dirette interessate non so. Ero un ragazzo per bene. Ma sicuramente ci avrò pensato. Non molto intensamente, presumo. D'altra parte a quei tempi non ero capace di innamorarmi. Sono diventato capace di innamorarmi a trentatré anni, cioè dieci anni fa. Della porzione di mia vita precedente il trentatreesimo anno, non ho ricordi così precisi. Forse l'innamoramento rende memorabili i giorni. Chi lo sa.
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21:21
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Notte
Fatte le tre, questa notte, con l'Umberto. A parlare di che, poi, non si sa mai. Lui ha sempre tutte le parole insieme. Una quantità eccessiva.
Io sono molto più limitato. Ho un certo numero di parole. Lui le ha tutte. Io le seleziono, cerco di usarne meno che posso. Lui le inventa. Io cerco di dire una cosa, che sia una. Lui dice sette cose insieme, che alludono ad altre centoquarantquattro. In sostanza, lui parla e parla, e mi fa domande. Io rispondo poco, non dico che sono monosillabico, ma quasi. E poi lui interpreta, reinterpreta, sovrainterpreta, plurinterpreta ciò che ho detto. Mah. Umberto non mi capisce: mi inventa. Spero di essere all'altezza.
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12:52
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27.05.03
Reato
Qualche minuto fa mi è stato chiesto di commettere un reato. Direi un reato di una certa gravità. Anche se è uno di quei reati che nessuno, di primo acchito, considererebbe un reato. Naturalmente mi è stato chiesto di commetterlo a fin di bene.
Mah. Ho acconsentito. E' un lavoro facile: si tratta di ricevere della roba e girarla. Non equivocate sulla parola "roba". In questo caso significa: roba. Semplicemente non voglio dirvi che cosa devo ricevere e girare. Nulla il cui possesso sia un reato, peraltro. Il reato sta in questo: che questa roba non dovrebbe finire nelle mani di una certa persona. Soprattutto colui che me la dà non dovrebbe mai farla avera a colui che la riceverà. Io la riceverò (nessun reato in questo singolo atto) e la girerò (nessun reato in questo singolo atto). Il reato salta fuori unendo in due atti, in un unico disegno criminoso. Ah, me l'aveva detto la mamma, che mi sarei messo sulla brutta strada a forza di frequentare extracomunitari!... (Gli svizzeri, fino a prova contraria, così come gli statunitensi, sono extracomunitari).
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22:56
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Un inizio
Buondì. Oggi è martedì 27 maggio 2003. Ho appena registrato un blog a mio nome. Non so bene perché l'ho fatto. Tuttavia sono sicuro che non l'ho fatto perché è di moda. Raramente sono sicuro di qualcosa.
Ho visitato un certo numero di blog. Tutti i blog che ho visitati nascondevano l'identità del loro autore. Questa è una cosa che non finisce di stupirmi. Mi stupisco delle persone che usano indirizzi di posta elettronica con nomi di fantasia. Perché mai uno che si chiama Giovanni Costa (è un nome improvvisato, inventato) dovrebbe avere un indirizzo di posta elettronica diverso da giovanni.costa@eccetera? Lo so che sono sciocco io a non capire. Anch'io sono uno che nasconde cose della mia persona. Però non ho mai nascosto la mia persona. Vabbe', qualche volta mi nego al telefono. Però mi faccio vivo più tardi. Io sono io. Non è gran che, ma perché dovrei rinunciarci? Espongo il mio nome. Il mio nome è attaccato a me. Non dice niente della mia identità, però identifica la mia persona. Ho conosciuto un altro Giulio Mozzi, ad Asolo (in provincia di Treviso), qualche anno fa. Quindi per assicurare un'identificazione perfetta ci vuole qualche altro dato. Bene. Abito a Padova, in via Michele Sanmicheli 5 c [Dal febbraio 2004 abito, sempre a Padova, in via Giuseppe Comino 16/b.]. In quell'edificio, l'unico giulio mozzi esistente sono io. Non c'è scampo. Bene. Alla prossima.
Posted by giuliomozzi at
12:01
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